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Ma quanto pesi? Obesi rischiano meno e stanno meglio se perdono il 5% di grasso

Dimagrire, dimagrire e ancora dimagrire,ogni senso di colpa legato al proprio peso ci fa continuamente lanciare buoni propositi per rimettersi in forma, mangiare in modo corretto, eseguire una dieta bilanciata e soprattutto fare tanto sport. Domani mattina inizio, forse meglio iniziare dalla settimana prossima, ok sarebbe meglio iniziare dal prossimo mese. Come ogni anno arriviamo alle soglie dell’estate e il solo sport che abbiamo fatto è stato alzarsi dal letto, mentre la sola dieta portata avanti è quella del portafoglio! Dimagrire per certi versi è complicato, soprattutto se si è prossimi all’obesità, tuttavia il concetto fondamentale per affrontare una sana dieta è quello di porsi degli obbiettivi realistici da raggiungere lentamente. Non ha molto senso perdere 30 chili in 30 giorni, con il rischio di riprenderli, meglio che il corpo si riabitui lentamente al normopeso e metabolizzi la nuova natura passo dopo passo. In realtà basterebbe perdere il 5% dei chili in eccesso, per diminuire drasticamente i rischi cardiovascolari.

Obesità: perdere 5 per cento del peso garantisce miglioramenti alla salute

Secondo uno studio pubblicata su Cell Metabolism , ha dimostrato il netto miglioramento del metabolismo e soprattutto dei parametri cardiovascolari quando si dimagrisce con intelligenza, associando un adeguato allenamento, evitando dunque diete drastiche.

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Il metabolismo migliora

Lo studio è stato eseguito dai ricercatori dell’Università di Washington, ha preso in esame 40 persone obese, divisi in 4 gruppi, i primi 10 volontari avrebbero dovuto mantenere il proprio pese, mentre gli altri 3 gruppi avrebbero dovuto perdere rispettivamente il 5, il 10 ed il 15 per cento attraverso una dieta ipocalorica.

 «Ci sono stati molti studi che hanno valutato gli effetti del dimagrimento su parametri metabolici e cardiovascolari, ma finora non si sono mai distinte le conseguenze di una diminuzione di peso più o meno consistente – spiega Samuel Klein, coordinatore dell’indagine -. I nostri dati mostrano che già perdendo il 5 per cento del peso la funzionalità delle cellule pancreatiche che producono insulina migliora, così come la sensibilità all’ormone da parte dei tessuti. Tutti i volontari avevano già un’aumentata resistenza all’insulina, anticamera del diabete di tipo due: un esito come quello registrato perdendo relativamente pochi chili può già fare la differenza». Chi è riuscito a dimagrire di più ha avuto effetti ancora più evidenti su glicemia e sensibilità all’insulina ma, come sottolinea Klein, «anche un dimagrimento “contenuto” regala benefici per la salute, perciò speriamo che i nostri dati possano spronare chi deve perdere peso a iniziare puntando a obiettivi che siano realmente alla propria portata».

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A livello globale, il numero di bambini obesi o in sovrappeso, con meno di 5 anni di età, è passato da 31 milioni nel 1990 a 41 milioni nel 2014, con un aumento della prevalenza dal 4,8% al 6,1%. Una crescita che trova in prima linea principalmente i bambini che vivono nei Paesi a basso-medio reddito e che mette sempre più in evidenza la necessità di azioni dedicate. Si inserisce in questo contesto il lavoro della Commission on Ending Childhood Obesity (Echo) che, il 25 gennaio scorso, ha pubblicato il proprio report conclusivo. Istituita nel 2014 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la Commissione ha coinvolto oltre 100 Paesi membri con l’obiettivo di fornire raccomandazioni ai governi per prevenire lo sviluppo di obesità nelle giovani generazioni, ridurre il rischio di morbosità e mortalità a causa di malattie non trasmissibili, nonché diminuire gli effetti psicosociali negativi dell’obesità sia in infanzia che in età adulta. Leggi l’approfondimento a cura di Angela Spinelli e Paola Nardone (Cnesps-Iss).


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