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Se la Politica cede il passo all’Economia

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Politica ed Economia – In un’intervista rilasciata alcune settimane fa a Mondoperaio dal noto giornalista Piero Sansonetti, si fa riferimento alla progressiva delegittimazione della dimensione della politica, che si è verificata nel corso dell’ultimo ventennio, immediatamente dopo lo scoppio di Tangentopoli.
Infatti, in sede di commento dei fatti assai spiacevoli di Roma, non si può non mettere in rilievo come il crollo delle ideologie abbia determinato, inevitabilmente, un imbarbarimento dell’agone istituzionale, per cui, molto spesso, si assiste all’azione di personaggi di dubbia moralità, che tentano con successo di scalare posizioni importanti all’interno dei partiti per acquisire, così, un privilegio nelle istituzioni, al cui interno vorrebbero insediarsi, diventandone i padroni.
D’altronde, per arrivare al vertice di un partito, sia di piccole che di grandi dimensioni, è necessario avere danaro nella giusta quantità: un tempo, l’acquisto delle tessere garantiva la gestione dei processi decisionali nelle sezioni e nelle Federazioni locali, mentre oggi i soldi sono sufficienti per conquistare, talora, un primato, che si viene costruendo attraverso le primarie, dal momento che non sfuggirà a nessuno che il nuovo metodo di selezione della classe dirigente di intere organizzazioni partitiche offre il fianco alla penetrazione malavitosa.
È ineluttabile che, quando si consente, finanche, a chi non è iscritto ad un partito di partecipare all’elezione, che deciderà i futuri candidati per Comuni, Regioni e Parlamento, si apre un varco alla penetrazione del danaro, anche, illecito in processi che sono di un’estrema delicatezza, sia sul piano della legalità, che su quello della piena legittimità politica.
Purtroppo, il dopo-Tangentopoli è stato il momento peggiore della vita sociale del nostro Paese, perché si è creduto, fallacemente, che il tumore fosse rappresentato dai partiti della I Repubblica, per cui è prevalso un insano furore iconoclasta, che ha portato alla nascita dei partiti “leggeri” degli ultimi due decenni, ridotti ormai a meri comitati elettorali, per cui non sfugge a nessuno che la discussione ed il dibattito, che prima animavano le sezioni di paese e di quartiere, non esistono più.
I partiti, sia i vertici che la base, si riuniscono solo in prossimità di una scadenza elettorale importante, per sollecitare la mobilitazione di quanti, ancora, ci credono ovvero di coloro che, in nome di grandi interessi personali o di gruppo, devono partecipare per rafforzare e corroborare la posizione di questo o quel capobastone, da cui dipendono, sempre più, i destini dei singoli.
Una visione siffatta della democrazia non può che aprirsi a tentativi, spesso andati a buon segno, di contaminazione criminale, per cui è ineluttabile che il gruppo di potere, interessato a divenire padrone del partito, che presumibilmente vincerà le elezioni, si avvicinerà al momento elettorale con l’unico scopo di condizionarlo, per portare al successo finale il candidato che, maggiormente, si presta a giochi, che sono prossimi a sconfinare nell’illegalità conclamata.
Peraltro, è contraddittorio l’atteggiamento di chi, per evitare penetrazioni mafiose, si fa assertore dell’abolizione delle preferenze, mentre le liste bloccate rendono, poi, necessari dei riti – come, appunto, le primarie – che si prestano agevolmente a fatti inquietanti, molto di più di quanto non facciano le normali elezioni generali, gestite dal Ministero dell’Interno e dagli organi, periferici e nazionali, addetti al controllo.
Pertanto, è ineluttabile fare una riflessione sulle dinamiche della democrazia moderna, partendo da un’annotazione, che pone un accento di verità sulla storia recente italiana: Sansonetti, molto autorevolmente, visto che socialista non lo è mai stato, riconosce a Bettino Craxi il merito di aver combattuto i centri di potere economico, in nome dell’indipendenza del politico dal mondo della produzione e dalle sue dinamiche, che, talora, sono in manifesto contrasto con quelle virtuose della democrazia rappresentativa.
D’altronde, Tangentopoli da chi fu voluta, se non dal ceto imprenditoriale, che così si scrollava di dosso la presenza invasiva dei partiti, per divenire soggetto politico a sua volta?
Non è certo un caso, se dopo il 1994, per circa due decenni, il più grande imprenditore italiano sia stata, anche, la personalità che ha governato il Paese per il numero maggiore di anni, così come a nessuno può sfuggire il fatto che i poteri economici – sia quelli nazionali, che europei – abbiano voluto, fortemente, il processo di unificazione monetaria, da cui sono discesi indubbi vantaggi per chi ha l’esigenza di produrre e vendere le proprie merci non più solo sul mercato nazionale, ma anche su quello continentale e mondiale.
La politica, dunque, soggiace tacitamente alle dinamiche dell’economia legale ed illegale, sia quando queste sono discutibili, pur essendo pienamente lecite, sia quando – in casi molto gravi, ma frequenti – la penetrazione economica è funzionale a logiche che poco o nulla hanno a che fare con le istanze di legalità, a cui noi tutti teniamo invero.
Cosa è opportuno fare per rifondare, allora, la politica e per veder rinascere finalmente partiti, che non siano meri comitati elettorali o centri di interessi molto opinabili?
Forse, la riflessione va ben oltre il dato contingente della condizione italiana, perché le nazioni forti d’Europa, come la Germania e l’Inghilterra, conoscono partiti che vengono da una lunghissima tradizione, affondando le loro radici storiche nel XIX secolo, mentre la debolezza di altri Paesi, come l’Italia stessa, è certamente data dalla fragilità del proprio impianto istituzionale, derivata da un processo di unificazione, che non ha visto in campo forze partitiche democraticamente legittimate, ma solo consorterie che, mutandis mutatis, continuano a condizionare la vita civile di una comunità, a cui invero difetta il sentimento di identità e di appartenenza ad una medesima, seppur composita, radice culturale.
Basterà la riforma dell’ordinario dispositivo di voto o quella costituzionale, inerente alle competenze delle distinte Assemblee elettive, per ridare slancio ad una democrazia offuscata da scandali e da una corruzione irrefrenabile?