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Calcio ed economia: una miscela indissolubile

Calcio ed economia – La stipula del contratto fra il Milan e la compagnìa araba Emirates di due mesi fa, che prevede la corresponsione di cento milioni di euro, in favore della società berlusconiana, nell’arco dei prossimi cinque anni, a titolo di sponsorizzazione, inaugura certamente una nuova stagione del calcio italiano, perché è evidente a molti che il capitalismo italiano, da solo, non è più in grado di reggere la sfida europea e mondiale, per cui esso necessita di fondi, che vengano a rimpinguare le casse tristemente vuote dei sodalizi del nostro Paese, finanche di quelli più prestigiosi e blasonati.
Gli stranieri – Arabi o Cinesi o Statunitensi – entrano nel calcio nostrano, perché hanno fiutato l’opportunità di realizzare un grande business, legato eminentemente alla costruzione degli stadi di proprietà delle società sportive, al cui interno, oltre al mero spettacolo agonistico, sarà possibile assistere ad altri eventi e fruire di molteplici servizi commerciali, che invero faranno lievitare gli introiti derivanti dalla gestione diretta dell’impianto sportivo, ormai destinato a rimanere aperto tutti i giorni della settimana e non più, solo, il pomeriggio festivo del match.
Pertanto, il calcio andrà, sempre più, legando le sue sorti tecniche all’azienda del mattone, che nel nostro Paese è stata, negli anni scorsi, il volano principale dell’economia.
Infatti, costruire nuovi stadi – come, già, è successo a Torino – significherà intervenire, con robuste operazioni di maquillage urbanistico, su interi quartieri abbandonati al degrado, che saranno oggetto di modifiche sostanziali, che li porteranno ad essere le aree più innovative nell’hinterland di città e metropoli, interessate da trasformazioni di una portata ingegneristica, finora, mai vista.
Cambierà, dunque, il volto dei principali centri, sia del Nord che del Sud, per cui la presenza, sempre maggiore, di capitali stranieri non solo arrecherà vantaggi al movimento calcistico in particolare, ma più in generale all’economia nazionale, dal momento che gli investitori – arabi o cinesi o americani – non potranno non riservarsi i diritti di sfruttamento commerciale su aree dismesse, che saranno finalmente riadattate in base ai nuovi ambiziosi progetti, talora finanche faraonici, come nel caso di quello relativo alla realizzazione dello stadio futuro della Roma.
Il calcio, pertanto, diventerà nei prossimi decenni il classico cavallo di Troia, grazie al quale gli interessi, asiatici o nordamericani, penetreranno in profondità nel tessuto economico europeo, andando a rianimare un circuito produttivo, decotto già da qualche tempo.
Fra venti anni, quando un simile processo sarà compiuto in forme più chiare di quelle odierne, appena abbozzate, l’Europa – Germania, a parte – sarà, molto probabilmente, dominata da trusts, che non avranno la loro origine sul suolo del vecchio continente, ma l’epicentro, da cui si irradierà tanto danaro, sarà a Dubai, New York, Djakarta, Pechino.
Quindi, l’Europa, da madrepatria in età moderna e fino al Novecento, si trasformerà in colonia nel corso del secolo XXI?
Triste destino – questo – invero, anche se sarà, opportunamente, edulcorato dai successi sportivi di questa o quella squadra di calcio e dall’eco mediatica dei trionfi dei campioni delle prossime generazioni.

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