Editoriale :La cultura politica e il meridione: dal clientelismo trasformistico post unitario al doroteismo sinistroide di oggi. Il problema del Mezzogiorno assume spesso il connotato del corso e ricorso storico, sin dai primi anni del secondo dopoguerra, avendo caratteristiche tali da non potersi più riconoscere tutto in quella che, dall’Unità d’Italia alla caduta del fascismo, va sotto l’espressione di questione meridionale. L’economia aveva avuto, fino alla caduta del fascismo, un carattere sostanzialmente dualistico: da una parte, v’era un apparato industriale localizzato nel Nord, con un’agricoltura a carattere eminentemente mercantile, poggiata sulla piccola e media proprietà e sull’azienda capitalistica; dall’altra, operava nel Sud, una struttura esclusivamente agricola, con una piccola proprietà polverizzata, ancora in gran parte chiusa nell’autoconsumo, e un latifondo a coltura estensiva, improduttivo e protetto. La vita politica era stata guidata da un ceto che avendo scelto come metodo di gestione del potere le pratiche trasformistiche e si era servito della spesa pubblica per tamponare gli effetti della marginalità produttiva e della disgregazione sociale, ma anche per consolidare consensi intorno alle clientele. Mediatori tra le due parti del Paese erano stati, un fisco che prelevava dal Sud e investiva al Nord, un sistema bancario che trasferiva al credito industriale settentrionale i risparmi contadini e le rimesse degli emigrati meridionali, un assieme di pratiche e di comportamenti trasformistici e clientelari che innescavano un processo di progressivo degrado della vita sociale e politica. Il tutto si lega ai caratteri originari delle vicende dell’Italia postunitaria, ovvero, manca allo Stato unitario un consenso diffuso nel Paese. Il che accentua la contrapposizione fra politica come mediazione e la politica come lotta delle classi subalterne per il superamento dell’assetto esistente. La seconda peculiarità del caso meridionale emerge chiara negli anni Cinquanta, quando, insieme con la formazione di un meccanismo unico di governo, costituito dallo Stato e dai grandi gruppi economici, si realizza una funzione del Mezzogiorno particolare, una sua subordinazione integrale alla struttura capitalistica e al suo modello di sviluppo e non è casuale infatti che proprio in quegli anni si faccia strada la visione della questione meridionale come problema meramente perequativo fra Nord e Sud, ed il Mezzogiorno appare, dunque, la patologia dello sviluppo nazionale da curare con acceleratori quantitativi, che spostano il Mezzogiorno da società dipendente a quelli di società assistita. La cultura politica è imperniata sui paradigmi del clientelismo e del trasformismo, costante alternarsi degli strati popolari tra ribellismo e vittimismo e delle forze politiche tra rivendicazionismo, (talvolta insurrezionale) e ricorrente moderatismo, fra ricerca del nuovo e frequenti ricadute conservatrici quando non addirittura reazionarie, ristrettezza delle basi del potere, progressivo affievolimento della intermediazione, dissesto delle autonomie e tendenziale negazione dei loro ruoli innovativi costituiranno le acquisizioni del lavoro analitico sopra disegnato. Il momento in cui si esprime l’assenza di coscienza collettiva ha inizio con la comparsa del clientelismo di massa, di quella nuova forma clientelare, cioè, nella quale l’erogazione delle risorse pubbliche si rivolge non più a singole persone ma ad intere categorie o gruppi sociali o ad ampie quote di popolazione. E perciò ha bisogno di organizzarsi in istituzioni e formazioni burocratiche, che facciano da tramite tra lo Stato ed i gruppi stessi.Dal canto loro, la formazione dei partiti di massa e l’introduzione del suffragio universale non tardano a fornire un humus favorevole ad una sua affermazione.In Italia ciò accade assai presto. I partiti di massa, cioè, non tardano a spostare il loro baricentro operativo dalla società alle istituzioni. Naturalmente, una posizione di privilegio spetta al partito dominante. Sia che sorregga il governo da solo, sia che si avvalga di una coalizione di partiti, nell’esercizio dei poteri di indirizzo e di nomina, esso afferma una sua egemonia. E ciò anche se, nel secondo caso, un’ineludibile esigenza transattiva impone il ricorso al principio lottizzatorio.
Una forma più sottile e complessa di trasformismo è quella espressa, e ancora imperante, dalle idee e dalle pratiche dorotee, configuranti un modo di concepire la politica come attività creatrice di un sistema di potere solido, stabile, esaustivo di tutti gli ambiti possibili e tendente all’occupazione dei gangli vitali dello Stato e degli enti territoriali, nonché della vasta area di economia pubblica da essi controllata.Il Mezzogiorno ne è uno scenario privilegiato, al punto che taluno si è posto la domanda se il doroteismo non debba essere considerato addirittura come il prodotto di una linea meridionale di conduzione storica della Dc, linea divenuta motrice di una strategia, che, a partire proprio dal Sud, crea nuovi itinerari per il partito d’ispirazione cristiana, in un orizzonte geografico ben più ampio. Si tende a creare nel Sud un equilibrio sociale nuovo, temperato tuttavia dalla sopravvivenza nelle strutture e nei comportamenti di caratteri ed elementi fondamentali del vecchio equilibrio. L’élite dorotea consolida così quel carattere peculiare che sta alla base dell’organizzazione sociale e politica del Mezzogiorno: il trasformismo clientelare.La classe di cui si parla punta, insomma, a gestire una forma di rinnovamento del Sud attraverso un tipo di penetrazione del mercato che consenta, pur tra talune forme di vivacizzazione, di proteggere la società tradizionale. La sua non è dunque una politica di mera conservazione, ma di protezione e di crescita moderata, finalizzata a mantenere i consensi elettorali dei vecchi ceti e a conquistare quelli dei nuovi, entrambi astringendoli dentro le vecchie e le nuove gabbie della subalternità socio-economica e culturale. E così, contrariamente a quanto accade in tutte le società investite dall’impatto del mercato, da una parte, eleva i redditi ed apre ai moderni consumi, dall’altra, mantiene gran parte dei vecchi condizionamenti socio-economici e culturali. Cambiano i soggetti stessi che esercitano tali funzioni: dai notabili si passa ai politicalbroker, i quali molto meglio dei primi trovano accesso ai luoghi del centro che decidono l’erogazione delle risorse destinate alle periferie. Cambia il tipo di risorse: da quelle di proprietà privata, solitamente nobiliare, si passa a quelle di proprietà pubblica. Cambia il contenuto della mediazione: dalle transazioni e dai compromessi in ordine alle funzioni repressive dello Stato, si giunge all’azione di stimolo del suo intervento nei settori produttivi e nei diversi ambiti della vita sociale. Ma se il moroteismo, con il suo spessore dottrinale e ideologico, la sua impegnata riflessione sulla questione meridionale, la consapevolezza delle sue incoerenze e dei suoi limiti, risulta una forma superiore di doroteismo, il trasformismo del leader della “Base”, invece, o demitismo, appesantito com’è oltretutto, dal coinvolgimento di numerosi suoi esponenti di prima linea in processi per corruzione o per mafia o per facile ingiustificata fruizione di privilegi di ogni genere, rivela un volto rozzo ed è accompagnato da un rigoglio di presunzione che non ha precedenti nella storia del partito. Ma la punta più alta del divenire trasformistico viene toccata dal Mezzogiorno, in conseguenza dell’esplodere delle sue contraddizioni e del generale deperimento sociale e politico verificatosi a livello nazionale, dopo le elezioni del 1976.Sul piano storico gli esiti dell’esperienza consociativa italiana, se per il sistema politico nel suo complesso appaiono decisamente negativi, per il Pci risultano disastrosi.Ma i prezzi che il Pci si trova a pagare in conseguenza della sua decisione di intraprendere il sentiero del compromesso storico non finiscono qui. Se sul piano politico deve accettare, anzi, deve attivamente cooperare all’azione di contrasto di ogni movimento collettivo contestatario decisa dalla Dc e addirittura è costretto ad impegnarsi in un’opera di ammorbidimento dell’attività sindacale, e sul piano sociale, deve sottostare a conseguenze ancora più pesanti. È nelle regioni meridionali, in particolare, che la stagione del compromesso storico avvia una pratica consociativa crescente, approdata alla fine ad una degradazione della vita politica generale senza precedenti. Ed è qui che risulta con maggiore chiarezza come il consociativismo italiano non sia riconducibile al modello delle democrazie consociative, così come è stato concepito in dottrina, ma sia piuttosto da considerare come un sottoprodotto, un’uscita laterale, compensativa del fallimento dei tentativi di governare il Paese attraverso la formula delle grandi coalizioni.Gli anni Ottanta, del resto, proseguono sostanzialmente in questa politica di alleanze, trasferendola dalla Regione alle giunte di programma di più di un terzo dei Comuni. Così pure su un sentiero continuista procedono le scelte del Pds negli anni Novanta.Si preferisce piuttosto costruire “macchine barocche”, spingendo sempre più la politica istituzionale delle Regioni e delle amministrazioni locali verso la disinvolta compromissione e l’irretimento nelle vischiose strategie trasformistiche. L’autonomia consente a Regioni ed enti locali governati dalla Dc di avviare rapporti, contatti, attività in comune, ora a livello di commissioni consultive, ora in ordine alla preparazione del programma. Emerge, specie in seno ai Comuni, una classe politica poco visibile e riconoscibile, cementata da una trasversalità volta a pratiche di corruttela, in particolare nel settore degli appalti, non di rado sorrette dalla contiguità o dalla partecipazione diretta della criminalità organizzata.E se è vero che il Pds sostituisce la Dc nella guida di numerose amministrazioni comunali, a partire da quella napoletana, le difficoltà tuttavia provenienti dalla gravità oggettiva dei problemi, la scarsa dotazione culturale e morale del personale politico e la sua innata inclinazione verso gli accomodamenti e gli aggiustamenti trasformistici, ridimensionano non poco il significato di tali conquiste.
Se queste tappe del divenire trasformistico rappresentano la sommaria rievocazione delle lunghe, quasi strutturali anomalie della politica italiana, occorre osservare che, pur dopo il crollo, in termini partitici, della classe politica, talune di queste anomalie permangono, e ne nascono altre del tutto nuove.È importante precisare come la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, avvenuta agli inizi degli anni Novanta, rappresenti solo la causa prossima del crollo. Esse si riassumono nel progressivo inclinare del governo di partito verso la prevaricazione del suo potere di nomina sul potere di indirizzo, con la colonizzazione partitica dell’amministrazione e dell’economia pubblica ed ai conseguenti fenomeni della sottovalutazione dei compiti di direzione politica della società, del blocco di ogni meccanismo di ricambio del ceto politico, della scomposizione organizzativa della rappresentanza, dell’apertura di ampi vachi all’azione delle lobby.Emergono in ogni caso due raggruppamenti, l’uno di centro-destra, l’altro di centro-sinistra, costruiti come cartelli elettorali di forze politiche eterogenee e giustapposte e dunque prive dei requisiti di base necessari per dar vita a vere coalizioni di governo. Tali forze tendono a perpetuarsi trasformisticamente per annessioni e cooptazioni. Senza dire che talune – segnatamente fra quelle inserite nel polo di centro-destra – stanno a testimoniare nient’altro che il diretto rapporto fra i mali antichi dell’Italia e il sistema cui intendono tornare.Fra queste rilievo del tutto particolare assume quel movimento povero di personale politico, di cultura di governo, di idee, che è Forza Italia, che è piuttosto una gelatinosa raccolta di ovvietà, trasformisticamente presentate come proposte nuove. È necessario perciò interrogarsi sulle cause dei successi elettorali di FI del 1994 e del 2001, che possono raccogliersi nelle tre seguenti: l’appoggio del vecchio blocco storico delle forze produttive, sociali e culturali dorotee, craxiane e consociativiste, sempre paurose del nuovo. Seconda: una possente organizzazione messa in atto attraverso l’insediamento sul territorio di una fitta rete di club e la creazione di un istituto di monitoraggio dell’opinione pubblica e di analisi degli orientamenti di voto. Terza: la manipolazione massmediologica realizzata mediante il ricorso all’uso di tecniche subliminali. L’informazione è una risorsa strategica dalla quale il consenso delle masse risulta fortemente influenzato.Mentre nella seconda metà degli anni Ottanta, l’unificazione dei mercati spinge le classi dirigenti del Centro-Nord a far avvertire l’esigenza di una competizione con l’estero non solo agli imprenditori ma anche ai lavoratori autonomi, nel Sud si ha una specie di effetto serra, legato alla spesa pubblica, al controllo del territorio da parte dei partiti (di governo e di opposizione) e della criminalità organizzata, al regime clientelare delle licenze e delle concessioni, specie nei settori delle opere pubbliche e delle attività di servizio. Tutto questo declina, paurosamente, nelle fasi più deleterie del senso della morale e della eticità degli ultimi anni del ventennio berlusconiano, dove la classe politica a sprazzi rigeneratasi finisce col pagare le colpe di una staticità ideale e il depauperamento economico di intere masse e cicli produttivi. Ma in Italia si continua imperterriti a tirare avanti, e a fronte di una nuova e forte spinta verso la ripresa “democratica” del potere da parte delle masse, la politica esegue il suo ennesimo trasformismo, cooptando per l’ennesima capriola ideale, questa volta portata avanti dal centro sinistra, ormai anch’esso depauperato dal logorio dell’esperienza berlusconiana, il quale prova con un colpo di reni a riprendere i motivi, le idealità e le battaglie che ormai erano sviliti, e li riporta in auge come se fossero delle necessità immanenti e mai comprese. I lustri di questa nuova attività trasformistica del centro sinistra, che accoglie ultimamente anche residui melmosi della deflagrazione del centro destra, portano alle manovre ad effetto, alle politiche sociali del do ut des, alle promesse di abbattimenti fiscali e aumenti delle entrate pensionistiche. Intanto a fronte di un Nord in calo di competitività, che soffre il cuneo fiscale e che annaspa tra le cartelle di Equitalia, il sud resta in perenne stagnazione, con livelli di disoccupazione altissimi, con una crisi del rapporto tra elettore ed eletto, con infiltrazioni della delinquenza che commistionano tutti i settori dello Stato e una spartizione quasi inevitabile delle fette di potere, con plateali nepotismi e finte vittorie di Pirro. Oggi il trasformismo politico sta continuando a devastare il Paese, e nemmeno i movimenti più puristi e puritani saranno in grado di risollevare le sorti del nostro Meridione. Se Tommasi di Lampedusa permise al suo personaggio di proferire la frase “…tutto deve cambiare perché tutto resti come prima..” e ad oggi nulla è cambiato, abbiamo ancora molto da lavorare su noi stessi e sul nostro modo di intendere la politica.
Dr Antonio Ansalone