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La Fine delle Ideologie.

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La fine delle ideologie – È, ormai, un processo noto a molti: la conclusione del Novecento ha portato via con sé, anche, quelle ideologie, nate nel corso dell’Ottocento, che hanno caratterizzato, in modo particolare, la vita degli esseri umani nel XX secolo.
Il Nazismo ed il Fascismo sono stati sconfitti dal Comunismo e dagli Stati democratici, che vinsero contro Mussolini ed Hitler, mentre, a sua volta, l’ideologia marxista è venuta meno di fronte ai risultati generati dai regimi, che hanno applicato il dogma di Marx nella versione leninista, prima, e stalinista, poi.
Per tal via, è finito il cosiddetto Secolo Breve, per cui tutti gli uomini, dopo la caduta del Muro di Berlino ed il crollo della cortina di ferro, che segnava l’Europa in modo indelebile, hanno gioito, credendo che finalmente potesse arrivare una nuova èra, all’insegna delle sorti progressive e dello sviluppo incessante.
Questa prospettiva auspicabile, alla quale tutti noi ingenuamente abbiamo creduto, invece non si è avverata: infatti, da venticique anni a questa parte – lo spazio temporale che ci separa, appunto, dalla cessazione della vergogna berlinese – purtroppo è peggiorata, sensibilmente, sia la condizione materiale, che spirituale degli uomini, i quali oggi si trovano a vivere deprivati non solo della speranza di un futuro migliore, ma finanche timorosi che il domani possa essere ben peggiore del gramo presente.

L’unica ideologia, che è rimasta in piedi molto orgogliosamente, in quanto si presenta come una “non-ideologia”, è quella del danaro: il Capitalismo, che ha sconfitto sia il Nazi-fascismo che il Comunismo, rimane come unico punto di riferimento effettivo per la società, visto che la vita umana ruota, ineluttabilmente, intorno al desiderio sfrenato di nuove ricchezze ed alla convinzione che queste possano dare la gioia a chi, altrimenti, vivendo in povertà, è costretto a rinunciare a beni essenziali nel corso della propria esistenza, in primis ad istruzione e sanità, che hanno un costo sempre più elevato.

Purtroppo, però, ha vinto una visione degenerata dell’idea capitalistica, quella che, in effetti, riduce l’uomo unicamente alla dimensione dei suoi consumi, peraltro afferenti a merci voluttuarie e, di per sé, non sufficienti ad accrescerne il benessere spirituale.
Infatti, lo strumento, attraverso cui il Capitalismo esercita la sua volontà di potenza sulle società umane, è rappresentato dal trionfo della tecnologia, per cui – nel corso degli ultimi venti anni – i consumi di tutti i ceti sociali – sia quelli abbienti, che quelli indigenti – si sono concentrati intorno alla fruizione di nuovi oggetti ad altissimo contenuto tecnologico, come se la qualità e la quantità dei dispositivi informatici possa rappresentare, di per sé, il discrimine per fissare la bontà del prodotto e la sua effettiva utilità in vista del supremo benessere umano.

La tecnica, quindi, nella sua versione più moderna ed avanzata, ha preso il posto definitivamente delle scienze e delle ideologie dei due secoli precedenti: ormai, il mercato è dominato dall’anelito alla realizzazione del prodotto tecnologicamente più progredito, benché l’idea innovatrice, che ne è alla base, sia sostanzialmente la medesima e rimanga immutata per decenni.
Così facendo, non solo l’uomo si è reificato in ciò che possiede, ma giunge ad essere, culturalmente, schiavo di prodotti, che – in funzione dei chip contenuti – vantano un altissimo livello di performance, anche se di fatto essi non presuppongono alcuno scatto in avanti della scienza, le cui acquisizioni solo in parte possono trovare giovamento da un avanzamento – ad uso, meramente, consumistico – della tecnica.

Lo scenario, che si genera di conseguenza, è desolante: l‘Uomo è in preda ad un’ansia di crescita tecnologica, che lo porta sempre più ad essere lontano dagli autentici valori fondativi che, un tempo, giusti o sbagliati che fossero, gli consentivano di interrogarsi su se stesso, sul mondo, sulla presenza di Dio, sul significato escatologico di un’idea-limite, sulle ragioni della politica, come su quelle dello stare insieme nel consesso sociale.
Oggi, tutto ciò sembra un rottame del secolo precedente, come un’inutile attività, su cui appare opportuno che si attardino a ragionare filosofi e teologi, opportunamente cristallizzati nei loro ruoli accademici, perché, come accade nella notte di San Silvestro, tutto si può lanciare dal balcone, ma è pur sempre giusto che qualcosa del passato si conservi, per averne almeno uno sbiadito ed imbalsamato ricordo.

Per altro verso, si è contenti della scomparsa delle grandi ideologie dell’Ottocento e del Novecento, nate tutte dal seno dell’hegelismo, perché esse vengono accusate di aver generato i mostri del totalitarismo, dai campi di concentramento nazisti a quelli di detenzione in Siberia, voluti da Stalin per procedere alla distruzione di massa di intere popolazioni, che si opponevano a lui ed al regime dei Soviet.
È indubbio che le idee forti dell’Ottocento, nel corso poi del XX secolo, abbiano determinato scenari apocalittici, ma è anche altrettanto vero che la negazione di quei valori non sta portando l’umanità verso un mondo migliore.

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Non possiamo, innanzitutto, dimenticare i tanti campi di concentramento che, finanche, nella civilissima Europa sono stati costruiti dopo la fine del Comunismo: chi, ad esempio, può obliare i drammi delle popolazioni slave? O quello della popolazione armena? O quelli, ancora, relativi a quanti si trovano ad essere minoranza in territori poco ospitali dell’ex-Impero sovietico?
Inoltre, non sembra che l’Uomo si sia affrancato dal bisogno materiale, anzi le statistiche degli ultimi due decenni dimostrano esattamente il contrario, per cui il livello di indigenza è cresciuto esponenzialmente, in quanto, pure a fronte di un incremento della produzione e della ricchezza complessiva, purtroppo le disparità fra ceti ed aree geografiche sono infinitamente più tragiche, a tal punto che le sperequazioni fanno sì che ci siano meno ricchi, con molte sostanze in più del passato, e – contestualmente – moltissimi più poveri.

D’altronde, le ideologie, tanto bistrattate del Novecento, avevano posto il tema della ridistribuzione delle ricchezze, per cui, almeno fino a quando il Comunismo è esistito, finanche le società occidentali, a forte sviluppo capitalistico, hanno tentato di dare una soluzione a tale problematica, creando lo stato sociale, che invece è stato rapidamente distrutto, quando il Socialismo è morto, procedendo quindi – come si dice in gergo – a gettare il bambino insieme all’acqua sporca.

Dunque, l’uomo è molto più povero di ieri, da un punto di vista materiale, visto che si consente, nelle parti più disparate del mondo, che l’infanzia lavori, anziché andare a scuola, e che gli adulti vengano pagati con salari, che rappresentano non solo un fattore di mortificazione del lavoratore, ma soprattutto dell’individuo, privato di una coscienza sociale e ridotto, meramente, allo stato di macchina.
Abbiamo, forse, creato un mondo migliore di quello cancellato troppo frettolosamente?
Nel precedente contesto storico, quello fatto di gerarchi e segretari impettiti di partiti verticistici, si dava importanza all’istruzione ed ai servizi pubblici, in quanto si credeva che lo Stato fosse una realtà di primaria importanza e decisiva per la vita dei singoli, come per la tenuta della società.

Oggi, invece, si dà un prezzo ad ogni cosa, per cui anche i beni primari diventano merce e, perciò, essi divengono oggetto di una transazione commerciale, a detrimento della cornice sociale, che ha scoperto che l’Uomo – riducibile ad un’unica dimensione, quella dell’immediato consumo materiale – può trasformarsi in un essere sociologicamente autistico, perché non deve comunicare con altri per scambiare significanti e concetti, ma unicamente può uniformarsi alla dimensione consumistica di massa.
Simili riflessioni vennero avviate, in Italia, già negli anni Settanta del secolo scorso, ma sono tanto più attuali, perché un processo, allora nascente, è divenuto drammaticamente realtà compiuta, investendo qualsiasi dimensione dell’essere individuale e dell’agire collettivo, tanto più in una società multietnica, come quella odierna, sorta dall’immigrazione di Asiatici ed Africani verso l’Europa e l’Occidente.

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Si potrà porre rimedio o la tendenza è irreversibile?
Solo le future generazioni potranno invertire una dinamica, che sembra dominante e non contrastabile: naturalmente, ciò potrà accadere – come sempre è successo nella storia dell’umanità – quando davvero molti milioni di persone non avranno più nulla, se non la forza residua del proprio corpo e quella – invero ancora più esigua, ma essenziale – rappresentata dall’indispensabile autonomia di pensiero e di giudizio.