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Corsa al QUIRINALE,Il nuovo Eldorado

napolitano giorgio QUIRINALE

Corsa al QUIRINALE – ,Il Quirinale, a seguito delle dimissioni annunciate di Napolitano, rischia di divenire il nuovo Eldorado, la terra che tutti desiderano conquistare, visto che il controllo di quella postazione strategica assicura longevità a chi ne possiede le chiavi per entrarvi ed uscire indisturbato.
Vediamo, un po’, gli interessi in gioco dei vari attori, che saranno determinanti per l’elezione del successore di Napolitano.
Innanzitutto, concorre ai giochi il Presidente del Consiglio, il quale evidentemente mira ad individuare il nome di una personalità, che, lontana dalla politica, possa essere poi facile “instrumentum regni” per chi governa l’Italia da Palazzo Chigi.
Infatti, è ben noto a tutti che, con gli ultimi mandati, la funzione del Capo dello Stato sia cambiata sensibilmente.
Se fino a Leone, la prima magistratura italiana svolgeva sostanzialmente i compiti del notaio della Repubblica, per cui si limitava a tagliare nastri e ad espletare una funzione meramente simbolica, con l’avvento di Pertini, prima, e di Cossiga, dopo, il ruolo del massimo vertice delle nostre istituzioni repubblicane è cambiato notevolmente, visto che – a partire dalla metà degli anni Ottanta – chi è ospitato negli uffici del Quirinale adempie ad una funzione significativa di indirizzo, dato che è in grado di condizionare lo svolgimento della vita politica, sia in virtù del potere di firma delle leggi, sia grazie a quello, ancora più importante, di scioglimento delle Camere, che può utilizzare con la massima discrezionalità, dato che la Costituzione non prevede, espressamente, i casi nei quali ricorrono le condizioni istituzionali per procedere al varo, anzitempo, di un nuovo Parlamento ed all’indizione conseguente delle elezioni anticipate.
Pertanto, ogni Capo dello Stato ha gestito, con la propria sensibilità, i momenti critici della storia repubblicana, decidendo diversamente se, a fronte di una crisi di Governo, espletare reiterati tentativi di formazione di un differente Esecutivo ovvero varare il percorso formale per l’inizio di una nuova legislatura.
L’esempio stesso di Renzi è illuminante: infatti, nel febbraio 2014, dopo il momento di palese difficoltà, vissuto dal Governo Letta, il Presidente Napolitano ha scelto legittimamente di dare al Segretario Nazionale del PD l’opportunità di sperimentare la concreta possibilità di formare un Gabinetto, che consentisse la continuazione della legislatura attuale e l’avvio dell’iter riformatore, tuttora in corso fra mille difficoltà.
È molto probabile che un altro Capo dello Stato, trovandosi a gestire la medesima situazione, avrebbe optato per il ricorso anticipato alle urne, non commettendo parimenti errore formale rispetto al dettato della Costituzione, per cui si ricava che la discrezionalità, che viene assicurata al Presidente della Repubblica nella conduzione di casi analoghi, fa sì che la sua funzione nel nostro sistema – per troppo tempo, ingiustamente vilipesa – diventi invece centrale, tanto più a fronte di partiti totalmente delegittimati agli occhi dei cittadini, come quelli odierni, e con leadership politiche, che muoiono con la stessa, estrema velocità con cui sorgono.
Naturalmente, la storia del nostro Paese, per quanto molto articolata e complessa, non ha fatto registrare alcun momento nel quale il Quirinale sia stato protagonista di una sudditanza istituzionale rispetto alle logiche partigiane di Palazzo Chigi, per cui l’improba aspirazione di Renzi ad eleggere, al vertice dello Stato, una personalità che, in qualche modo, sia la sua “longa manus” su uno snodo – istituzionalmente – fondamentale, rappresenta un’ambizione peregrina, perché mai la democrazia parlamentare italiana – per quanto debole ed invecchiata – potrà consentire ad un Premier, peraltro non eletto direttamente dai cittadini, di contare su un Presidente che sia un’emanazione, più o meno, ossequiosa ai suoi puntuali diktat.
Pertanto, crediamo che il prossimo inquilino del Quirinale, finanche qualora dovesse essere designato dal Presidente del Consiglio, non potrà non vantare la giusta autonomia di giudizio ed indipendenza d’azione da chi è a capo dell’Esecutivo, allo scopo di garantire lo stesso Renzi, il quale – per quanto volitivo e ricco di iniziativa – non può, invero, sorreggere solamente sulle sue spalle l’onere dell’intera architettura statuale, tanto più in una fase di transizione essenziale, nella quale l’eventuale approvazione della legge di riforma costituzionale potrà mutare, in modo radicale, gli equilibri complessivi dei poteri democratici del nostro Paese.
Non possiamo, però, dimenticare un altro aspetto della vicenda quirinalizia: l’interesse del principale leader dell’opposizione, Berlusconi, il quale, ormai da qualche tempo, ha rinunciato al sogno presidenziale, non perseguibile anche per effetto della condanna subìta in via definitiva dalla Cassazione nell’estate del 2013.
Egli, in verità, è motivato a condizionare, in maniera rilevante, l’elezione del successore di Napolitano, perché deve tutelare la propria azienda, le cui dimensioni – economiche e produttive – la rendono molto sensibile al corso delle vicende politiche ed istituzionali.
Quindi, il prossimo Capo dello Stato non potrà non esibire autonomia di comportamento e di valutazione, anche, rispetto a probabili condizionamenti, che sorgeranno dal mondo delle grandi aziende italiane, che – per quanto sempre meno presenti sul territorio nazionale – costituiscono, comunque, un asset fondamentale dell’economia del Paese e non possono non far sentire il loro giusto peso, visto che tutti i grandi gruppi produttivi vantano quote di partecipazione o, talora, l’intera proprietà di giornali e televisioni, con cui ineluttabilmente orientano gli indirizzi della pubblica opinione, rendendola più docile in vista del perseguimento dei propri interessi, più o meno legittimi.
Infine, protagonisti del gioco quirinalizio saranno tutte quelle opposizioni, dalla Lega al M5S, dalla minoranza interna del PD a quella presente in Forza Italia, che hanno il desiderio forte di far saltare gli accordi presi, in gran segreto, da Berlusconi e Renzi, all’atto della stipula del famigerato Patto del Nazareno.
Tali forze hanno i numeri per impallinare il candidato Tizio piuttosto che Caio, ma non hanno – per ovvie ragioni di reciproca incompatibilità politica – la capacità di individuare un proprio nominativo da imporre al tavolo delle trattative, qualora il PD renziano e la parte berlusconiana di Forza Italia non riuscissero ad eleggere il loro uomo di fiducia nei primi turni di votazione, con il rischio di complicare – non poco – l’elezione del futuro Presidente.
Come si arguisce, ci troviamo di fronte ad un passaggio storico delicatissimo, perché, nelle prossime settimane, si giocherà il secondo tempo della partita iniziata nel febbraio del 2013: in quel momento, in assenza di un verdetto netto ed univoco, si preferì tornare dall’arbitro di turno, cioè lo stesso Napolitano, chiedendogli di rimanere al suo posto, perché era intuibile la difficoltà nel costruire equilibri diversi da quelli, già, in piedi.
Qualora si riproducesse la medesima situazione, la possibilità di far ricorso a Napolitano o ad un’analoga soluzione di garanzia non ci sarebbe, poiché diverrebbe assai improbabile eleggere una personalità, che accetti di mettere in scena un ruolo interpretabile solo dal Presidente uscente, vista la sua esperienza internazionale e dati i suoi meriti indubbi nella conduzione delle crisi istituzionali, già scoppiate nel corso del settennato precedente, dal 2006 al 2013.
Noi non faremo il tifo per nessuno dei candidati, che – di volta in volta – sarà papabile per l’elezione.
Il nostro auspicio sarà rivolto alla salvaguardia dell’interesse pubblico ed, in tale ottica, crediamo giusto che il nome prescelto sia quello di una figura autorevole, che sappia spegnere sul nascere qualsiasi velleità di terzi, che mirino a subordinare la prospettiva del Bene comune ad una logica di parte, tanto più qualora questa fosse in manifesta contraddizione con lo spirito, che illuminò l’azione dei Padri Costituenti, e con la lettera della Legge primaria dello Stato, tuttora vigente.