Home Editoriale Elezioni Regionali, la sconfitta di Matteo Renzi

Elezioni Regionali, la sconfitta di Matteo Renzi

Il dato delle elezioni regionali offre un’univoca chiave di lettura: il Governo in carica ha subito una sconfitta non irrilevante, visto che non solo il partito del Presidente del Consiglio ha perso una Regione importante, come la Liguria, ma soprattutto perché si è realizzato un significativo calo di consensi ai danni della lista del PD, che ha praticamente dimezzato i suoi voti rispetto alla scorsa primavera, quando gli Italiani si recarono alle urne per le Europee.
È evidente che i temi del dibattito politico dell’ultimo mese abbiano danneggiato non poco Renzi, il quale ha subito l’attacco durissimo per scelte invero molto opinabili, come quelle relative al comparto scuola e quelle afferenti alla qualità di determinate candidature, che sono state – nonostante tutto – allestite ad onta di scontate ragioni di opportunità. Il PD – comunque la si vedi – è tornato ai livelli di consenso dell’epoca di Bersani; certo, anche per effetto della presenza di liste civiche concorrenti, esso a stento supera il 20%, per cui, in alcune realtà, riesce con affanno a conservare il primato elettorale, mentre in altre lo perde in favore del M5S, che dimostra di essere l’unica forza che, nel corso degli ultimi 24 mesi, non perde quote rilevanti di elettorato, per cui – senza timore di smentita – si può affermare che esso ha una nicchia di elettori pari, almeno, ad un 1/5 di coloro che si recano, sistematicamente, alle urne. La nota dolente maggiore, in tale contesto, è rappresentata in verità dai tassi di affluenza alle urne: ormai, si può ritenere acquisito il fatto che, ad ogni tornata elettorale, la metà degli aventi diritto al voto non si reca al seggio, in quanto individua nell’astensione la forma più manifesta di dissenso contro il sistema politico ed istituzionale vigente.
Tale dato non appartiene alla tradizione del nostro Paese, visto che, mediamente, nei decenni scorsi andavano a votare non meno del 70% dei cittadini maggiorenni, per cui è ovvio che una riflessione vada fatta intorno al calo progressivo della partecipazione, che fa somigliare l’Italia sempre più ad una nazione di cultura anglosassone.  Importante è, viepiù, una riflessione che non può non essere approfondita e svolta con la dovuta serenità: in Campania, la regione divenuta centrale negli equilibri nazionali dopo le note vicende, che hanno colpito il candidato alla Presidenza del PD, appare scontato che, nei prossimi giorni, si aprirà un contenzioso politico di non poco peso, dato che il nuovo Governatore, legittimato dal voto popolare, sarà chiamato a nominare il suo Vice, che dovrebbe svolgere il ruolo del facente funzioni in attesa che vengano meno gli effetti inibitori della Severino ai danni, appunto, dell’ex-Sindaco di Salerno. È ragionevole pensare che tutti i riflettori saranno accesi sulla questione campana, dal momento che il comportamento del Governo sarà oggetto degli inevitabili attacchi dell’opposizione, che vigilerà affinché nessun decreto venga fatto da Palazzo Chigi in favore del Presidente campano, allo scopo di aggirare il rigore della Legge Severino, applicato invece, assai scrupolosamente, nel caso di Berlusconi. Come si arguisce, l’eredità del voto del 31 maggio non è, affatto, positiva per l’Esecutivo in carica, dal momento che fin troppo rimarcabili sono le crepe che si sono aperte nel rapporto fra la pubblica opinione ed il Premier, a seguito delle scelte infelici di quest’ultimo negli ultimi dodici mesi.
Inizierà, invero, un periodo molto difficile per l’Esecutivo, che non avrà più numeri certi al Senato, visto che la vittoria in Liguria del candidato berlusconiano e quella, larghissima, di Zaia in Veneto non possono che ringalluzzire il Centro-Destra, che, quando si presenta unito al vaglio degli elettori, dimostra di avere ancora presa sull’elettorato, arrivando a conquistare territori importanti, finanche con scarti di voti molto ampi. Renzi non può non meditare sulle cause di una simile sconfitta, aprendo una riflessione molto seria nel partito e nei gruppi parlamentari, ben sapendo che gli atteggiamenti minatori e, falsamente, autocratici non portano da nessuna parte, se non allo scontro permanente con gli Italiani, i quali, ad oggi, hanno l’unica colpa di non aver individuato in modo univoco – a causa del forte astensionismo – un’alternativa credibile e possibile al potere preesistente. Saprà divenire saggio oppure andrà a mostrare atteggiamenti muscolari, utili solo per i comici, che così potranno continuare nelle loro divertentissime imitazioni?

A cura di Rosario Pesce

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