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Festa della Repubblica, una ricorrenza importante

Quella del 2 giugno è una ricorrenza importante per il nostro Paese, perché rappresenta la data che dà inizio alla storia repubblicana dell’Italia, sancendo di fatto uno spartiacque nel Novecento: dapprima il Fascismo e la dittatura, dopo – invece – le libertà e la democrazia, che nacquero appunto dalla lotta partigiana, culminata nella Liberazione e, poi, nell’espressione della libera volontà del popolo italiano, che votò in favore della Repubblica, rigettando definitivamente una monarchia, la quale si era, tragicamente, resa complice dei misfatti del regime e dei suoi alleati sul piano internazionale.
La storia risorgimentale giunge a compimento con la data del 2 giugno: infatti, non possiamo non sottolineare come lo spirito repubblicano, di mazziniana ascendenza, non fosse mai scomparso del tutto dopo la sconfitta per mano dei monarchici e dei cavouriani, per cui la nascita della Repubblica costituisce, nel corso del XX secolo, l’epilogo più ovvio e naturale di un processo che sarebbe dovuto giungere al suo compimento già nel corso dell’Ottocento, se le malizie ed i raggiri della diplomazia piemontese non avessero determinato un risultato molto diverso da quello auspicato da Mazzini e Garibaldi.
Purtroppo, la nascita in ritardo dello Stato repubblicano ha prodotto conseguenze rilevanti sul piano storico, visto che la democrazia, in senso pieno e compiuto, ha avuto modo di affermarsi solo cento anni dopo la nascita dell’Italia – finalmente – unita e liberata dallo straniero.
L’atto fondamentale, che segue al 2 giugno, è rappresentato dalla stesura della Costituzione, che tuttora è il testo di riferimento per il nostro Paese, visto che le revisioni, cui essa è stata sottoposta nel corso di questi settant’anni, non hanno comportato stravolgimenti dello spirito originario, da cui partirono i Padri Costituenti per fondare un’Italia diversa, assai profondamente, da quella che aveva attraversato – in modo funesto – venti anni di dittatura.
Ancora tuttora, il pur necessario dibattito intorno alle esigenze di aggiornamento della Costituzione presenta dei limiti importanti, che rischiano di minare la qualità di quel testo, qualora effettivamente i cambiamenti auspicati dovessero essere condotti in porto.
È ben noto che il progetto di revisione della Carta del ’48, portato avanti dal Governo Renzi, va a modificare sensibilmente equilibri fra poteri, che sarebbe cosa buona e giusta non intaccare, lasciandoli sostanzialmente invariati.
Infatti, i Costituenti decisero – in modo molto opportuno – di creare un testo di legge, che innanzitutto mettesse il Paese al riparo da sogni neo-autoritari, per cui venne creato un sistema di pesi e contrappesi, che hanno garantito alla democrazia italiana di non essere mortificata, neanche, nei momenti peggiori della storia repubblicana, quando, sotto i colpi del terrorismo rosso e nero, pure poteva sorgere una tentazione autocratica da parte di chi era collocato, all’interno delle istituzioni, in ruoli apicali.
È evidente che, con il passare del tempo, ogni manufatto umano mostri i suoi limiti, ma, quando si parla della legge fondamentale dello Stato, bisogna stare attenti a non apportare trasformazioni sotto la mera spinta emotiva, perché i danni, che si rischia di produrre, possono essere molto ampi ed irreversibili.
Ad esempio, perché si ipotizza di eliminare il bicameralismo, riducendo il processo legislativo esclusivamente all’Aula di Montecitorio, escludendo così Palazzo Madama dall’elaborazione delle leggi?
D’altronde, il nostro è uno degli Stati che legifera maggiormente, per cui non si può – invero – addebitare al bicameralismo perfetto un eventuale difetto di produzione di leggi.
Così, analogamente non possiamo in verità apprezzare un processo riformatore, che rischia di modificare la Costituzione, pur non toccandola espressamente.
Il nostro riferimento va alla legge elettorale, che, essendo un dispositivo ordinario, non è contemplata nella Costituzione: orbene, l’introduzione del nuovo strumento di voto per la Camera, di fatto modifica gli equilibri fra i poteri dello Stato, pur agendo a Costituzione – tuttora – invariata.
Il nostro è uno Stato che si regge sul modello della democrazia parlamentare, per cui è evidente il potere delle Camere nella fase essenziale non solo della produzione legislativa, ma soprattutto della composizione delle dinamiche politiche, che portano alla nascita di nuovi Governi e delle relative maggioranze, che li devono sorreggere.
In tal senso, il nuovo dispositivo elettorale – l’Italicum – creando le condizioni per un bipartitismo coatto, introduce – in modo surrettizio – un rapporto immediato fra i cittadini ed il Premier, visto che questi ultimi, in occasione del ballottaggio, potranno scegliere direttamente il Presidente del Consiglio, che li governerà, per cui, anche in virtù dello spropositato premio di maggioranza previsto, viene meno la mediazione del Parlamento, peraltro composto – per lo più – da nominati, privi di alcun potere contrattuale, e non da eletti.
Pertanto, sarebbe necessaria molta più saggezza nell’intervenire su di una materia sensibile, qual è appunto la Costituzione, se si vuol evitare di creare conseguenze, la cui portata non è misurabile in via preventiva.
Forse, tornando allo spirito del 2 giugno del 1946 e dei successivi lavori dell’Assemblea Costituente, sarebbe utilissimo un significativo bagno di umiltà per tutti i protagonisti dell’attuale scena politica, i quali molto spesso dimostrano di guardare al futuro in maniera ingenua, dimenticando il passato, che solamente può impartire lezioni preziose a chi aspira a governare processi istituzionali sempre più complessi, che certo non si possono ridurre alla sinteticità scheletrica di un brillante tweet.

Rosario Pesce