Continua la guerra in Siria tra coalizioni varie, attori contrapposti e obiettivi anomali.

Le recenti sconfitte subite dal Sedicente Stato islamico (IS) sia in Siria che Iraq ed i possibili preparativi, russo-statunitensi da un lato e russo-iraniani dall’altro, per nuove operazioni militari da lanciare sulla città di Aleppo ed entro la fine dell’anno su Raqqa e Mosul, hanno convinto i principali attori del teatro di guerra siro-iracheno ad un ripensamento circa le proprie strategie nel cosiddetto Syraq.

La comunità internazionale è stata a lungo incapace di assumere una forte posizione contro quella che è stata definita come una grave minaccia senza precedenti alla pace globale, ed ha alternato una serie di vaghe misure di contrasto all’IS nel quadro della legalità stabilita dalle risoluzioni Onu: dall’appoggio a livello politico e al riconoscimento diplomatico ai gruppi ribelli anti-Assad e non filo-islamisti, passando per la fornitura di armamenti o di finanziamenti a costoro, nonché il supporto agli stessi all’interno di coalizioni internazionali militari. I vari attori impegnati nel Syraq hanno quindi assunto una postura più o meno determinante ai fini delle sorti del conflitto, definendo al contempo alleanze militari mutevoli caratterizzate da un fitto intreccio di singoli interessi geo-strategici contrapposti e/o sovrapposti.

Attualmente, sono tre le coalizioni militari attive o potenzialmente tali nell’area: quella guidata dagli Stati Uniti, quella raccolta intorno all’intervento della Russia e, infine, quella – per ora soltanto annunciata – promossa dall’Arabia Saudita. Nata nel settembre 2014, a Parigi, la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, raccoglie una sessantina di membri, sia stati occidentali sia paesi arabi, ognuno con compiti diversi e commisurati con il rispettivo interesse nazionale. Obiettivo finale di tale alleanza è la distruzione dell’IS e la restaurazione della pace e della legalità nei territori di Siria e Iraq, con un parallelo avvio di un non meglio precisato processo di transizione politica in ambo gli stati. Mentre Washington si è ritrovata a doversi sobbarcare il peso maggiore delle operazioni militari contro lo Stato islamico – ad eccezione del supporto indiretto dell’aviazione francese negli strike in Siria e dell’intelligence britannica impegnata sul campo anche in Iraq –, i curdi siriani sono divenuti gli unici alleati sul campo degli Usa in grado di contenere le avanzate terrestri dei miliziani del califfo. La seconda coalizione è la cosiddetta RSII, ovvero Russia, Siria, Iran e Iraq, che ha assunto la sua forma attuale quando, nel settembre 2015, Mosca ha annunciato il proprio coinvolgimento militare nella campagna siriana in appoggio all’alleato Bashar al-Assad. Grazie a tale intervento in Siria, Mosca ha salvato l’alleato damasceno rafforzando il proprio obiettivo geo-strategico: il consolidamento della presenza russa nel Mediterraneo e quindi in Medio Oriente. Alla coalizione ha partecipato attivamente anche Teheran, che, attraverso un impegno duplice in favore dei governi di Siria e Iraq suoi alleati, ha perseguito un obiettivo speculare a quello russo, ossia il mantenimento di una propria presenza stabile nel Vicino Oriente. Infine, la coalizione islamica anti-terrorismo promossa dall’Arabia Saudita, un ombrello che dovrebbe raccogliere diversi stati a maggioranza sunnita, annunciata nel dicembre 2015 ma non ancora attiva né definita nel numero dei suoi partecipanti. Al patto hanno aderito le monarchie del Golfo (ad eccezione dell’Oman), Turchia, Egitto, Giordania, Marocco (i principali eserciti per numero, esperienza e forza militare dell’area Mena), ma ne sono stati esclusi Afghanistan, Iraq, Siria e Iran. In questo senso, la proposta saudita mira a proporsi non solo come alternativa alle due alleanze militari a guida statunitense e russa, ma soprattutto si pone come uno strumento proteso ad avversare la crescente influenza del rivale iraniano nel Golfo e in Medio Oriente.

Benché tutte pongano formalmente la lotta all’IS come la propria ragione fondante, ogni coalizione presenta obiettivi almeno parzialmente in contrasto con le altre, strategie nettamente divergenti e limiti oggettivi dettati anche dalle situazioni sui campi di battaglia. Anche in ragione di ciò, nessun di loro sembra disposto a rinunciare al raggiungimento dei propri obiettivi, o ad un loro considerevole ridimensionamento, senza prima aver tentato di massimizzare i propri vantaggi anche a rischio di procrastinare i termini del conflitto. In questo contesto generale, la competizione e le rivalità tra i singoli attori coinvolti oltre a creare uno stallo negli step anche politico-diplomatici successivi, hanno acuito le profonde divergenze esistenti a tutti i livelli tra i partecipanti alle coalizioni stesse. La presenza, dunque, di più piani di interessi paralleli rende la lotta internazionale allo Stato islamico ostaggio di troppi interessi contrapposti, con il rischio concreto sia di dare luogo a complesse dinamiche di competizione interne alle stesse alleanze, sia di produrre nuove fratture e tensioni geopolitiche in favore di uno o più attori locali, regionali e/o internazionali.

Dott. Antonio Ansalone