Home Editoriale Brexit: omicidio Jo Cox conferma le fragilità dell’Europa

Brexit: omicidio Jo Cox conferma le fragilità dell’Europa

L’omicidio della parlamentare britannica, nel corso della campagna elettorale referendaria, che potrebbe portare quel Paese fuori dall’Unione Europea, la dice lunga intorno allo stato di salute degli organismi comunitari, che ormai sono sempre più invisi alla pubblica opinione internazionale, a tal punto da indurre un folle ad uccidere una donna giovanissima, rea solo di credere, fermamente, nella costruzione della nuova Europa.
Purtroppo, i motivi, sui quali dobbiamo ragionare, non mancano, visto che, nel corso degli ultimi due decenni, molte delle speranze, che si erano accese intorno al processo di costruzione della UE, si sono rapidamente spente a causa dei disagi e delle difficoltà, che l’Unione ha incontrato nel suo cammino di affermazione, prima di tutto a livello di sentire comune.
Quando, dopo la caduta del Muro di Berlino, fu impressa un’accelerazione al processo di creazione di uno Stato, che avrebbe voluto essere federale, si credeva che, finalmente, le sorti progressive dell’umanità stessero per realizzarsi, a tal punto che alcuni osservatori, forse in modo improvvido e poco prudente, salutarono la nascita del nuovo soggetto politico come l’alba non solo di un nuovo millennio, ma, in particolare, di una nuova epoca fatta solo di progresso e di crescita per moltissimi, se non per tutti. I fatti della storia, invece, hanno intrapreso un iter molto differente, visto che, oggi, dopo venti anni circa dai Trattati di Maastricht, siamo qui a piangere per una creatura mai effettivamente nata. La pace non è stata realizzata compiutamente, visto che, caduto l’antagonismo fra Est ed Ovest, sono nati pericolosi conflitti locali, a cui l’Europa ha assistito inerme: il caso del conflitto slavo, alla fine del secolo scorso, è solo quello più eclatante, dato che, in quella situazione, l’Unione fornì, forse, il peggiore esempio possibile in termini di concertazione dell’azione politica e di condivisione degli sforzi militari, in vista di un comune fine di pace e di prosperità.
Poi, con l’arrivo del nuovo millennio, alla crisi politica si è aggiunta quella economica, dal momento che la globalizzazione ha fatto sì che il vecchio continente fosse sempre meno essenziale negli equilibri generali, a tal punto che i veri centri della produzione si sono spostati altrove, certamente fuori dal suolo europeo.
Per tal via, anche la solidarietà, che era il mantra di tutte le classi dirigenti del secolo scorso, è divenuta sempre più un feticcio, visto che, mancando le ricchezze prodotte da un’economia in salute, non esiste neanche più la chance di ridistribuire ciò che viene generato in termini di profitto e di plusvalore.
Pertanto, oggi ci troviamo con Paesi interi, da Ovest ad Est, che fremono, perché in quelle realtà sono nati realtà e movimenti di opinione, che spingono per l’uscita dall’Europa delle nazioni, trasformatasi fin troppo presto nell’Europa delle nuove ed irrisolte povertà. Cosa fare di fronte ad un dramma, che viene accentuato dai flussi migratori degli ultimi cinque anni, che porranno a breve l’Europa di fronte ad una crisi di identità, dal momento che l’arrivo cospicuo di migranti africani cambierà, in modo ineluttabile, le abitudini di vita ed i costumi di società, che altrimenti sarebbero rimasti identici a loro stessi?
Peraltro, la vicenda migratoria ha dimostrato, in modo oggettivo, le difficoltà di organismi comunitari, sempre più incapaci di superare gli egoismi e le tendenze isolazioniste di singoli Stati dell’Unione, che preferiscono tirarsi indietro e non fornire il necessario aiuto a chi, come l’Italia, ad esempio si è trovata maggiormente in difficoltà nel ricevere così ingenti ed, invero, improvvisi flussi, numericamente fin troppo rilevanti per non produrre sgradevoli reazioni xenofobe da parte delle popolazioni locali. Oggi, l’Europa è vittima di forze centrifughe, che sono sempre più legittimate dal consenso popolare, per cui, a breve, potremmo trovarci al Governo, in vari Stati, partiti e movimenti che sono portatori di un messaggio non solo antieuropeista, ma soprattutto autoritario e, fortemente, segnato da un desiderio di rivalsa e di revanche, che ricorda, per alcuni tratti, quello dei Nazisti tedeschi dopo la fine del Primo Conflitto Mondiale e la conseguente Pace di Parigi. Abbiamo, forse, costruito – sia pure con le migliori intenzioni – un mondo peggiore di quello che volevamo cambiare?
Molto probabilmente, bisogna riflettere a lungo su una costruzione, che ha giovato finora solo ai banchieri ed ai poteri finanziari, ma soprattutto è venuto il momento dell’azione concreta, se si vuole evitare che non cada il sogno di Altiero Spinelli e di tanti intellettuali, che credettero nell’Europa unita, sin dai tempi delle dittature del Novecento, ma in particolare se si intende scongiurare il pericolo prossimo della consegna del vecchio continente nelle mani di autoritarismi tanto violenti, quanto subdoli, beceri e cinici.

Rosario Pesce