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Bilancio di un anno sfavorevole| La Politica

Bilancio di un anno – Si è concluso da poco il 2014 con un bilancio, complessivamente, non favorevole per l’Italia e per il mondo: infatti, le problematiche, presenti all’inizio dell’anno, non sono state portate a soluzione, mentre delle nuove sono sorte ed hanno reso, ancora, più complessa una situazione, che già lo era di per sé.
Infatti, il nostro Paese, nel corso dei dodici mesi appena passati, ha visto acuirsi, notevolmente, la crisi economico-finanziaria, che ormai lo attanaglia ininterrottamente dal 2007, da quando cioè il crollo della finanza pubblica argentina ed il fallimento delle principali banche d’affari nord-americane hanno trascinato, con sé, l’economia europea, sempre più asfittica, sia a causa del valore dell’euro, sia perché ormai il vecchio continente ha perso centralità negli equilibri internazionali, dato che i centri della produzione industriale si sono trasferiti in aree, che – fino a venti anni fa – erano periferiche e che, oggi, costituiscono la punta più avanzata del capitalismo planetario, dalla Cina all’India, dal Brasile alla Russia.
Il nostro Paese, per dirla alla Manzoni, è un vaso di coccio fra vasi di ferro, cioè non può che vivere la crisi dell’Europa, accentuandone notevolmente sia gli aspetti patologici, sia gli effetti a carico dei ceti più deboli, di per sé già estremamente gravi.
Analizziamone, brevemente, i sintomi salienti: una deflazione, che abbatte il valore del bene rifugio degli Italiani per definizione, la casa; il carico fiscale altissimo, che colpisce sia i consumi, sia i redditi, tanto dei lavoratori dipendenti, quanto di quelli autonomi; infine, il valore di scambio dell’euro, che rende l’intera area dell’Ue non più appetibile per i traffici commerciali, a vantaggio degli Stati Uniti e del Nord-America, che sono sempre più favoriti da un dollaro svalutato nella misura giusta per agevolare le esportazioni.
In una cornice siffatta, si è sperato – invano – che la politica fosse in grado di dare delle risposte alla fame ed alla povertà di moltissimi nostri concittadini, che, ormai, incontrano difficoltà serie ad arrivare a fine mese, mentre la disoccupazione aggredisce tutte le fasce della popolazione, sia quelle in età giovanile, non dotate di un livello di istruzione almeno medio-alto, sia le persone di mezza età, che non sono tanto anziane da andare in pensione, ma non sono neanche tanto giovani per tollerare la mortificazione di una condizione, lavorativa e sociale, per nulla invidiabile.
Il sistema istituzionale italiano, nel corso degli ultimi tre anni, ha provato a riformarsi, ma è evidente che le difficoltà siano risultate moltissime ed insormontabili, dato che ogni processo riformatore porta con sé, ineluttabilmente, dei drammi, che rischiano di essere scaricati sulle fasce deboli della popolazione.
È il caso del Jobs Act, cioè della legge, fortemente voluta da Renzi, che modifica profondamente il regime contrattuale dei lavoratori dipendenti del settore privato, accusata da più parti – in modo molto credibile – di creare nuova disoccupazione e di alleggerire, solamente, la condizione produttiva degli industriali, i quali, d’ora in poi, non avranno alcuna difficoltà nel licenziare il personale in esubero, ricorrendo al pagamento di un mero indennizzo a titolo di risarcimento, che evidentemente non può consentire al lavoratore di rifarsi dell’onta e del danno derivanti dal lavoro, definitivamente, perso.
Altresì, quel dispositivo crea ulteriore disparità fra i dipendenti del settore privato, visto che chi già lavora godrà, ancora, delle tutele precedenti alla riforma, ampiamente previste dallo Statuto dei Lavoratori, mentre i nuovi assunti saranno l’anello debole del sistema della produzione, perché, appunto, per effetto dell’abolizione dell’articolo 18, essi saranno licenziabili in qualsiasi momento, né potranno fare ricorso alla giurisdizione civile del Giudice del Lavoro, che nulla potrà fare per reintegrarli sul posto di lavoro, come faceva prima, in presenza di un licenziamento privo di giusta causa.
Inoltre, la riforma della legge elettorale e quella della Costituzione sono ferme al palo: infatti, in entrambi i casi, le difficoltà, finora emerse nel dibattito parlamentare, hanno consigliato di prendere tempo, nonostante il Premier molto si sia speso per la ratifica – da parte di Camera e Senato – dei nuovi dispositivi in linea con la proposta fatta dall’Esecutivo ed accolta, in linea di principio, pure da parti importanti dell’opposizione.
Peraltro, le dimissioni, del Presidente Napolitano, aggravano non poco la situazione istituzionale, dato che l’elezione del suo successore potrà condizionare, in un senso o nell’altro, la continuazione dell’iter parlamentare delle suddette bozze di riforma.
Non sfugge a nessuno che il Presidente del Consiglio debba subire, quotidianamente, il ricatto politico del suo principale alleato, Berlusconi, il quale vincola l’approvazione dei citati disegni di legge all’elezione di un Presidente della Repubblica, che non si manifesti in forme ostili agli interessi rilevanti del suo gruppo economico, indebolendo viepiù un Premier, che – ad onta del suo coraggio – non può non soffrire per la tenace, quanto legittima e giusta opposizione, mossagli da settori importanti, interni al suo stesso partito.
Infine, peggiora di giorno in giorno il rapporto fra cittadini ed istituzioni: gli ultimi scandali hanno, ulteriormente, delegittimato, agli occhi della pubblica opinione, il ceto politico, che – ormai – viene visto dalle persone comuni come una casta meramente autoreferenziale, che – sovente – occupa posizioni di potere e di privilegio, unicamente, allo scopo di perseguire interessi privati di dubbia legittimità, talora addirittura accomunabili a quelli delle grandi organizzazioni criminali, che infestano indiscriminatamente, da Nord a Sud, la vita civile del Paese.
Quest’ultimo fattore, invero, non agevola la ripresa dell’Italia, dal momento che la mancanza di fiducia fra governanti e governati è la precondizione per mutamenti traumatici, che rischiano di non migliorare la qualità della nostra malata democrazia parlamentare.
Una situazione analoga è stata, già, vissuta nel biennio 1992/94, quando cadde la classe dirigente della Prima Repubblica.
Orbene, i risultati di quel cambiamento, politico ed istituzionale ad un tempo, sono sotto gli occhi di tutti, con un peggioramento della qualità degli eletti e con una diminuzione drastica della partecipazione popolare alla vita pubblica, visto che i cittadini sono sempre più disamorati e disaffezionati verso lo Stato e verso tutto ciò che – in modo, finanche, indiretto – può rinviare all’ambito di azione del personale politico.
Come in una celeberrima Operetta Morale di Leopardi, approssimandosi al primo giorno dell’anno nuovo, l’uomo comune cosa può fare, se non augurarsi che il 2015 sia, profondamente, diverso dal 2014?
In tal caso, infatti, anche solo il mero auspicio della diversità costituisce un elemento in grado di rassicurare chi, drammaticamente, ha perso da tempo i fondamentali valori – morali ed ideologici – di riferimento.

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