Editoriale “le vignette satiriche Charlie Hebdo”. Nella moderna era della comunicazione istantanea, soprattutto da quando il telefono è diventato un mini pc, tutto ciò che si dice in ogni angolo del mondo diventa immediatamente comune a tutti, e tutti ne possono discutere come se fosse cosa propria. Se da un lato è cosa buona e giusta, fonte di conoscenza e motivo di miglioramento della propria cultura, dall’altro genera mostri che nemmeno il compianto Umberto Eco avrebbe lontanamente immaginato. Il riferimento è alle vicende del giornale Charlie Hebdo, ma anche a ciò che l’informazione è diventata come strumento cardine per “disinformare”. Se un paio di anni fa, l’intero pianeta si è indignato, e rousseaunianamente ha proposto di immolarsi sull’altare della libertà di pensiero, di opinione e di religione, questa coerenza coi principi etici di una certa ideologia o filosofia di pensiero finisce col distruggersi di fronte alla realtà di notizie, vicende, eventi che sottintendono magagne e difficoltà palesi che non si accettano o si cerca di nascondere come polvere sotto lo zerbino. Intendiamoci, per deformazione personale e professionale non amo essere cinico, ma a volte bisogna esserlo per capire i cul de sac che si creano nelle società.
Le vignette satiriche sono un classico della cultura e della mentalità di molti popoli, e le radici romane di tale genere ne testimoniano una rilevanza come strumento politico per sottolineare gli eccessi di taluni e del potere, così come è satira la produzione di Marziale o i sonetti alto medioevali del toscanaccio Aretino, così come ai giorni nostri, la satira di Flaiano ha dipinto a tinte forti una società che sembrava essere una fotocopia sbiadita di chissà quale ideale sociale. Ma la satira è soprattutto una radiografia simpatica della realtà, una spiritosa sottolineatura del nostro essere bigotti, straccia facenti, poveri culturalmente. Ebbene si, quelle vignette sottolineano, così come lo sottolineavano quelle su Maometto e le tante altre sui momenti più bassi della performance del potere e delle società, la decadenza ideale della nostra società, l’imbarazzante pensiero “stupendo” di un paese cartolina, dove tutto è rappresentazione di un perenne presepe natalizio, con le sue staticità ideali e materiali, e la perenne tutela e conservazione dell’immobilismo etico e morale. L’accostamento alla pasta non è, come alcuni hanno detto, l’iconica sottolineatura di uno stereotipo ormai fossilizzato, bensì una plastica rappresentazione di uno stato di fatto, ovvero della incapacità tutta italica di adeguare questo presepe alle esigenze di un pianeta che cambia, che non è la calma e la staticità di un presepe del soggiorno, bensì una necessaria modificazione di una geologia che sappiamo essere modellante, e lo sappiamo da secoli, anzi millenni. Ma per la nostra società, i nostri quadri dirigenti, i nostri amministratori, hanno questa scellerata convinzione di un presepe da conservare e fossilizzare come in una cartolina, che poi faccia un terremoto e che le case nuove si sbriciolino uccidendo le persone, allora bisogna indignarsi, trovare il colpevole, puntare il dito contro chi e cosa ha prodotto i lutti, promettere per la decimilionesima volta un intervento riparatore dello Stato. Ma se vediamo oltre le apparenze, quelle immagini di devastazione sono proprio piatti di spaghetti di ferri e pilastri, lasagne a strati di solai che cadono l’uno sull’altro, mentre ogni piatto di macerie conta il suo bel condimento di sangue e di morti.
Alla fine, tutto questo bailamme di reazioni forti, soprattutto da parte di chi ha pronunciato il proprio martirio per difendere “l’occidentalismo” della satira francese e dei morti della redazione di Hebdo, proprio non aiuta ad uscire dal bigottismo italico, proprio non riesce a dare la possibilità ad un popolo di riconoscere i propri limiti ideali, proprio non crea quella coscienza della realtà della situazione per quella che è, siamo un popolo che ha definitivamente perduto il senso dello Stato, che non ha nemmeno la più pallida idea di quelli che sono stati i moti ideali e morali che hanno permeato quella generazione che ha combattuto per una Italia dalla forte personalità, libera e indipendente, capace di autodeterminarsi e di sedere allo stesso piano con gli attori internazionali. Siamo il popolo dei rappresentanti, dei rappresentati, dei delegati e deleganti, di chi con la scusa che la politica non fa nulla, si defila e non va a votare, per poi continuare a lamentarsi ciclicamente; siamo il popolo delle partita in Pay TV, dei Netfix e degli Infinity, della TV di Berlusconi e di quella di Murdoc, giochiamo metà pensione al lotto e ci lamentiamo delle pensioni basse, accettiamo di pagare senza scontrino e poi diamo addosso agli evasori, mandiamo i nostri figli a suicidarsi mentalmente coi videogames, ma non ci pensiamo due volte a indebitarci per un cellulare, vediamo i nostri figli obesi, ma corriamo a comprare le merendine dell’uomo che parla alle galline. Certo, non solo gli italiani hanno questa propensione al lassismo, ma da noi si trasforma in morti e feriti, ogni volta che si muove una casa…
Dott. Antonio Ansalone