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Un omaggio a Paolo Borsellino

A ventitré anni dalla sua morte, è doveroso rendere omaggio alla memoria di Paolo Borsellino, morto per mano della mafia circa due mesi dopo l’eccidio di Capaci, in cui persero la vita il collega Falcone, la moglie, Francesca Morvillo, e tutti gli agenti della scorta.

Il sacrificio dei due giudici, però, sembra, a distanza di un ventennio, tragicamente dimenticato dagli Italiani e dai Siciliani, in particolare, che hanno partecipato in modo poco numeroso alle manifestazioni di celebrazione in onore dell’illustre magistrato.

È questo, invero, un cattivo segnale, perché può stare a significare due cose, entrambe inquietanti: o la lotta alla mafia non è più avvertita dal Paese come un’emergenza nazionale, per cui ci si dimentica facilmente degli eroi, che hanno perso la vita, pur di contrastare i clan, o la nazione intera – e non la sola Sicilia – non hanno più fiducia nella classe dirigente attuale, per cui i riti, che vengono messi in essere per celebrare delle persone perbene, vengono giudicati dalla pubblica opinioni come delle manifestazioni meramente autoreferenziali, utili unicamente alla casta che poco o nulla fece, all’epoca, per salvare Borsellino, Falcone e tutti gli operatori della Gustizia trucidati per mano mafiosa.

Certo, il Paese ha oggi altre priorità, anche perché, da moltissimi anni, la mafia non è più additata dai partiti come il nemico da sconfiggere, a dimostrazione del fatto che le energie dell’odierna classe politica si sono spostate, ineluttabilmente, su altre questioni, ritenute – a torto o a ragione – di più stretta urgenza.

La storia dell’Italia, sin dal suo nascere, si è intrecciata con quella delle organizzazioni criminali, che nell’Ottocento controllavano i territori meridionali e che, oggi, invece vantano attività economiche ed ingenti interessi commerciali ed imprenditoriali in tutta la penisola, visto che la mafia imprenditrice, inevitabilmente, segue il flusso del danaro e, quindi, ha avvertito l’esigenza di radicarsi in quella parte del Paese, dove l’economia è – tuttora – prossima agli standard di ricchezza dell’Unione Europea.

Pertanto, la commemorazione di Borsellino o di qualsiasi altro martire della lotta alla mafia non dovrebbe essere letta come un fatto meramente siciliano, interno cioè unicamente alle dinamiche, politiche e sociali, dell’isola.

Il contrasto alle mafie dovrebbe essere priorità tanto per il cittadino siciliano quanto per il lombardo, tanto per il campano quanto per l’abitante dell’Emilia-Romagna.

Eppure, nonostante il livello di informazioni, che si possiede, nella nostra società continuano a germogliare fenomeni delinquenziali, che sono intrecciati in modo indissolubile con altre dimensioni, come quella economico-produttiva e politica, che dovrebbero essere molto attente nel non farsi contagiare dalla predominante spirale criminale.

Sembra proprio che il Paese non riesca a fare a meno di intrecci poco chiari, così come non è in grado di far luce, in modo compiuto, su fatti che hanno segnato la storia dell’Italia del secolo scorso.

Ad esempio, è tuttora aperto il dibattito sulla trattativa fra Stato e mafia e, più in generale, sui rapporti illeciti fra i poteri romani e quelli palermitani e siciliani, sui quali appunto stava indagando Borsellino, quando venne ucciso nel primo pomeriggio del 19 luglio 1992.

È, questo, il nodo essenziale della storia italiana: riuscire a comprendere quanto quel pactum sceleris – per usare le celebri parole di Antonio Gramsci – abbia condizionato le vicende del ventennio successivo, che in gran parte si riverberano, ancora, sulla stringente attualità, dato che appare un miraggio la conquista della

“normalità”, che l’Italia non ha mai avuto, sin dal 1861, se è vero che l’unificazione fu resa possibile, solamente perché Garibaldi venne aiutato, in modo decisivo, dagli agrari del Sud e dalle feroci truppe di malavitosi, che erano al soldo di questi ultimi.

Non si può, invero, pretendere che si possa, con un tratto di penna, scrivere la verità definitiva in merito alla storia complessa del nostro Paese, ma sarebbe comunque giusto iniziare a farlo, dato che Borsellino, Falcone e moltissimi, come loro, sono morti sperando di costruire una nazione ed uno Stato di gran lunga migliori di quelli che essi, assai egregiamente, hanno servito fino alla tragica morte.

a cura di Rosario Pesce