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Un bilancio possibile

Nel giorno di Ferragosto, è possibile tracciare un bilancio realistico della situazione odierna nel Paese, visto che la festività, che ricorre in questo giorno, segna in qualche modo il discrimine temporale fra un anno che finisce ed un altro che inizia, con la prossima ripresa autunnale.

I dati politici ed economici sono, a dir poco, sconfortanti: infatti, l’Italia è passata da una fase di recessione ad una di stagnazione, denunciata molto lucidamente dal Presidente di Confindustria, che ha così tolto il velo a facili entusiasmi, che invero erano fondati più su esigenze di sterile propaganda, che non su valori reali.
In politica, le cose non vanno meglio che in economia: come abbiamo scritto altrove, a settembre il Governo dovrà fronteggiare i malumori interni alla sua maggioranza, per cui, se la riforma costituzionale non dovesse passare al Senato nella versione proposta da Renzi, diventerebbe inevitabile un passaggio parlamentare per il varo di un nuovo Esecutivo, che riparta laddove ha sbagliato il Premier, con i suoi fin troppo numerosi ed infondati proclami.
Ma, il vero trend, che ci preoccupa, è quello che inerisce alla società nel suo complesso: gli Italiani sono molto più litigiosi di un tempo e ciò lo si può notare in momenti banali della quotidianità, in coda all’Ufficio Postale, come nel traffico cittadino o a teatro.
Fino a qualche anno fa, noi tutti ci sentivamo parte di un’unica nazione, per cui, in moltissimi passaggi delicati della nostra storia recente, è scattato uno spirito di solidarietà, che ha consentito di vincere sfide non facili.
Oggi, invece, complice la crisi economica, questo sentimento di appartenenza non esiste più, per cui la vita in comune diviene sempre più una guerra di tutti contro tutti, per mutuare un’espressione cara alla tradizione della filosofia politica e della morale moderna.
Finanche, la Chiesa, che in passato era un’istituzione, che metteva d’accordo tutti (o quasi), è divenuta un fattore divisivo, non sempre per sue colpe, per cui alcuni sedicenti leaders si divertono a sparare contro le gerarchie ecclesiastiche, ben coscienti che la profanazione di un istituto siffatto non può che portare loro consenso facile, come è successo – di recente – nella vicenda relativa all’immigrazione con le posizioni sgradevoli assunte da Salvini contro chi è in prima linea nell’affrontare quel tipo di emergenza.
Cosa fare, allora, per restituire senso di gruppo ad una comunità di sessanta milioni di cittadini, che non avvertono l’appartenenza ad un comune gruppo culturale?
Molto probabilmente, gli scandali degli anni scorsi hanno corroso, alla radice, il sentimento di italianità dei nostri concittadini, per cui ciascuno di noi ha iniziato a credere, in modo fallace, di poter imbrogliare o, comunque, gabbare il prossimo, ipotizzando così di realizzare lauti profitti e di passarla, sostanzialmente, liscia.
Purtroppo, un simile costume, che ha prevalso in moltissimi Italiani, non ha potuto non danneggiare il tessuto di una nazione, che nasce da secoli di lotta fra guelfi e ghibellini, fra opposti campanili ed, in particolare, di contrapposizione sovente meramente faziosa, priva di alcun fondamento etico e culturale.
Per tal via, quindi, gli Italiani si sono sciolti come neve al sole molto prima che avvenisse la medesima cosa per l’Italia, che, nata molto tardi rispetto agli altri Stati d’Europa, oggi si trova a pagare più di altri il ritardo nel suo processo di unificazione e, quindi, tutte le conseguenze che esso, ineluttabilmente, comporta.
Non possiamo, quindi, che auspicare un repentino cambio di mentalità, a meno che, nello spazio di una generazione, non si voglia vedere il Paese ridotto allo stremo da un punto di vista dell’etica pubblica, ancor di più di quanto non lo sia, già, da un punto di vista politico ed economico.
Riusciremo a vincere la scommessa?
Solo, i nostri figli potranno fornirci la risposta adeguata, sperando che le nuove generazioni siano migliori delle ultime, che le hanno precedute.

Rosario Pesce