Suicidio Assistito, si può scegliere di morire?

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Questa settimana l’ago della bilancia pende verso le “novità ecclesiastiche”. Se da un lato il teologo Monsignor Krzysztof Charamsa dichiara all’intera comunità la sua omosessualità suggellata da una relazione stabile col compagno Eduard Planas, dall’altro Jerry Brown, cattolico ex seminarista legalizza in California il suicidio assistito.
Dopo Oregon, Vermont, Washington e Montana, un quinto stato che regala una indiscussa libertà ad un malato terminale. Non parliamo di eutanasia, ma di un supporto e di un aiuto medico a giungere all’exitus attraverso il suicidio. Se il caso Englaro e i fenomeni di eutanasia sono diffusi ma sommersi, nelle realtà del globo, questa “scelta” è interamente vissuta dal paziente, che si somministra in modo autonomo e volontario le sostanze necessarie, in presenza di terzi che si occupano dell’assistenza nel ricovero, preparazione e gestione post mortem.
Tra i catalizzatori della decisione, la campagna di Debbie Ziegler, che per permettere il suicidio alla figlia 29enne ammalata di cancro, aveva dovuto provvedere al trasferimento in uno degli Stati “aperti” al suicidio assistito.
“Non so cosa farei io in caso di prolungata e dolorosa agonia. – ha spiegato Brown – Sono sicuro tuttavia che sarebbe un conforto poter considerare tra le opzioni quella contemplata in questo testo”. Dopo aver consultato un vescovo cattolico e medici di sua fiducia, il governatore della California ha regalato la libertà di scelta, o meglio quel diritto che in alcuni paesi, quali la Svizzera, pur essendo consentito è legato ad un regolamento rigido, che non consente assistenza fornita a scopo di lucro o per mero egoismo.
Nel nostro BelPaese in cui il buonismo di un Papa che tenta di aprire la Chiesa a maggiori potenziali frequentatori e poi si veste di autorità nel Sinodo, negando ciò che promette ai numerosi fedeli che lo esultano e lo esaltano, ci chiediamo quale possa essere la posizione.
Le forti influenze cattoliche in Italia non determinano una semplice chiusura alla libertà di scelta, ma alla libertà del costo. Perché le realtà dell’eutanasia e del suicidio assistito sono spesso a pochi kilometri dall’Italia, con la sola disparità economica del malato terminale, che mettendo a tacere le polemiche etiche e politiche, giunge a risultati analoghi in modi alternativi.
Se abbiamo visto negli ospedali praticare eutanasie o, al contrario, accanimenti terapeutici senza meravigliarci e forse lo abbiamo chiesto e lo chiederemmo per noi stessi o per le persone a noi care, ciò che ci meraviglia è che la strada per la legalizzazione sia ancora lunga. Se le droghe leggere entreranno in commercio, probabilmente qualcuno ne farà uso medico e le somministrerà a pazienti terminali, ma se i Paesi in cui la morte per scelta restano confinate sul palmo di una mano, ci rendiamo conto che i lussi di una società così apparentemente avanzata sono rappresentati da desideri ragionevoli, il cui solo divieto le rende più desiderabili. Come se un lancio da decine di metri o una pallottola in torace accompagnati da una lettera alla famiglia sia un exitus più dignitoso di fronte ad una diagnosi senza via d’uscita, in cui gli affetti non hanno la possibilità di elaborare un lutto dignitoso e difficile, ma sicuramente meno infido.
Graziella Di Grezia