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Renzi e la riforma dello Stato

renzi e boldrini

Il dibattito intorno alla riforma dello Stato va avanti da circa trent’anni, senza produrre alcun effetto concreto, se non il cambiamento del Titolo V della Costituzione nel 2001, che, in verità, ha serbato effetti molto negativi, visto che è aumentato, esponenzialmente, il contenzioso fra le Regioni e le istituzioni centrali. Ora, per effetto della spinta impressa da Renzi, sembra che si sia vicini al varo di una riforma, che toccherà, assai pesantemente, gli equilibri di potere fra Parlamento e Governo. È evidente, infatti, che l’introduzione di un monocameralismo di fatto induce il potere esecutivo ad essere magna pars dell’architettura del nuovo Stato, in nome di un opinabile principio di efficienza dell’azione amministrativa e della dinamica istituzionale. A non convincere nella proposta, attualmente in discussione, è piuttosto la prefigurazione di un Senato delle Regioni, che non avrebbe una funzione immediatamente politica, visto che non dovrebbe dare la fiducia al Governo, ma comunque entrerebbe in gioco nel varo di leggi in particolari ambiti, da quello delle riforme a quello della politica estera e della ratifica di accordi e trattati internazionali. Ha fatto molto bene la minoranza del PD, accompagnata da tutte le altre minoranze presenti a Palazzo Madama, a mettere in discussione le funzioni di un nuovo organismo, che, peraltro, non comporterebbe neanche una diminuzione delle spese, perché il nuovo Senato non-elettivo, nominato per intero dai Consigli Regionali, porterebbe con sé il carico di costi che ha, già, l’attuale Camera alta, dato che, indipendentemente dal numero di Senatori e dai criteri della loro elezione o nomina, la burocrazia senatoriale, che costituisce l’effettivo costo, rimarrebbe identica a quell’odierna. È inevitabile che il varo di una riforma costituzionale è materia fin troppo delicata, perché gli equilibri politici, sottesi ad una siffatta operazione, diventano stringenti e decisivi per le fortune di un testo di legge, che mette mano alla Costituzione che, comunque, ha consentito all’Italia di rinascere dopo il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale e di divenire, almeno fino a qualche anno fa, una delle prime cinque potenze mondiali.

Il meccanismo di riforma della Costituzione è sufficientemente complesso, visto che prevede, dopo la doppia lettura da parte di Camera e Senato, la celebrazione di un referendum confermativo, necessario se la riforma non è stata varata dalla maggioranza qualificata dei due terzi dei parlamentari. Evidentemente, siamo in presenza di una fattispecie simile: le divisioni, all’interno del PD, consentiranno forse a Renzi di condurre in porto il processo riformatore, ma, visti i numeri esigui, intervenuti per la sua approvazione, ineluttabilmente sarà il popolo sovrano a decidere i destini ultimi della riforma, come già fece nel 2006, quando per via referendaria venne bocciata la legge costituzionale varata da Berlusconi e dalla Lega. Pertanto, diviene giocoforza immaginare che le posizioni, assunte nel dibattito dai vari leaders, siano solamente utili per configurare il campo di battaglia, quando la parola passerà ai cittadini. Noi, invero, abbiamo sempre criticato il disegno renziano, sia nel metodo, che nel merito, visto che non ci convince affatto la possibilità che una maggioranza parlamentare, peraltro profondamente divisa al suo interno, possa mettere mano alla Costituzione, cioè alla legge fondamentale dello Stato, senza essersi dapprima confrontata seriamente con la pubblica opinione e, soprattutto, con le altre forze presenti in Parlamento.
Peraltro, a nessuno sfugge il fatto che le attuali Camere siano state elette con una legge bocciata dalla Consulta per manifesta incostituzionallità, per cui avremmo gradito che, a mettere mano alla Carta, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, fosse un nuovo e diverso Parlamento, pienamente legittimato sul piano sostanziale-politico e su quello formale-giuridico. Così non è stato, per cui Renzi non potrà che pagare un prezzo altissimo, qualora il suo disegno riformatore venisse impallinato dai Senatori, che – certo – non sono disposti, a cuor leggero, ad andare a casa, lasciando i loro scranni a consiglieri regionali nominati dalle rispettive Assemblee di appartenenza.
Dunque, riteniamo che sia necessario seguire il dibattito, di fatto in corso di svolgimento fra i Senatori, nonostante il periodo vacanziero, perché dal passaggio, che si realizzerà a settembre, capiremo se il Presidente del Consiglio è il vero deus ex-machina della politica italiana o se, venuto meno il sostegno del precedente Capo dello Stato, sarà costretto ad una mediazione al ribasso, rispetto alle sue intenzioni originarie.

Rosario Pesce