Recensione: Nostalgia, l’ultimo libro di Ermanno Rea

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Al Circolo della stampa di Avellino il 17 novembre scorso , a meno di un mese dalla sua comparsa in libreria, c’è stata la presentazione del libro che ha riscosso molto successo.

 Non sappiamo se il titolo dell’ultimo libro di Ermanno Rea- Nostalgia– edito postumo da Feltrinelli -sia stato scelto dall’autore o dall’editore. Il romanzo in effetti non indulge al sentimento della nostalgia in senso proprio, anche se la descrizione di luoghi remoti e ritrovati costituisce la parte più intensa e preziosa della intera narrazione.Inoltre la parola nostalgia compare solo due volte nell’intero romanzo e nella seconda questo sentimento è evocato dalla memoria del gusto: un piatto di polpette.

Eppure Rea ritorna a Napoli per tracciare stavolta – attraverso la storia del protagonista, Felice Lasco -il ritratto del quartiere più interno ed intimo del corpo di Napoli:  la Sanità, nei pressi del quale egli stesso  era nato.Dunque il vero tema del libro non è il sentimento della nostalgia, ma è il ritorno,tema universale, carissimo a Rea ed a molti degli intellettuali napoletani che andarono via da Napoli negli anni 30-40 ed anche 50-60, e che del legame con la città hanno costituito la forza del loro impegno civile e professionale. Rea, Golino, Ajello, e prima ancora La Capria, Rosi, Prunas, Ortese e tanti altri. “Tornare non è facile” racconta Felice Lasco nella lettera ad Arlette (p. 207). “La verità è che non esiste alcun rimedio alla rottura, quando vera rottura c’è stata: allora ogni distacco è per sempre, perché è impossibile rimettere insieme i cocci di un vaso finito in mille pezzi. Al più ci è consentito il rimpianto di ciò che abbiamo perduto. Nel mio caso…ci sarà soltanto un grande vuoto” (p. 159).

E’ l’amore sconfinato e doloroso per la propria città, con la quale si è creata una lacerazione profonda, ma alla cui riconciliazione si tende. Si parte in preda alla rabbia, si costruisce una vita nuova e diversa, ma resta un conto in sospeso con il proprio destino, con le proprie origini. E’ proprio quello che è accaduto a Felice Lasco, certamente anche a molti emigranti ed a tutti quelli che vivono in un luogo in cui non si riconoscono perché non ne accettano le regole, o perché non vi sono regole e non vi si intravede il proprio futuro. Tra gli anni cinquanta e sessanta, ovvero agli inizi di quello sviluppo economicodefinito boom, a Napoli in molti non vedevano il futuro. In molti casi i quartieri costituivano un limite, un confine insormontabile entro il quale l’unica esplorazione possibile era costituita dalle viscere del territorio, dagli abissi sociali. In alcuni casi il lavoro in fabbrica costituiva il mondo nuovo ed organizzato che spalancava le porte al futuro (ad esempio l’Illva di Bagnoli e quindi poi il dramma della dismissione della fabbrica), in altri casi viceversa il lavoro nero a domicilio (nato artigianale, poi divenuto a cottimo, come quello dei guantai citato in Nostalgia) conteneva il tempo e lo spazio del mondo entro il confine ristretto delle case.

Dentro questo contesto socioeconomico si sviluppa la narrazione di Nostalgia. Fin dall’inizio sappiamo l’esito della storia, ed a partire da esso si ritorna indietro nel tempo per cercare di spiegare e capire, di osservare la città, le persone, i luoghi. Tutto comincia da una amicizia tra due ragazzi: Felice ed Oreste. Già i nomi dei due attori principali esplicitano i loro diversi destini, la loro etica, la loro natura opposta. Oreste è portatore di un destino tragico, crudele ed irrisolto; Felice, dopo essersi allontanato a lungo da Napoli  a seguito di un grave delitto di cui è stato complice, vi ritorna per affrontare il proprio passato e fare i conti con esso, fino al rischio della vita stessa. Il ritorno di Felice vuol dire anche un nuovo sguardo sul mondo, perché è lo sguardo della volontà di conoscenza. Egli riscopre il suo quartiere, lo esplora e lo visita, lo vedeva veramente e per la prima volta solo in occasione del suo ritorno dopo 45 anni di assenza. Il lettore ignora che cosa abbia imparato della vita al Cairo, sa solo che ha lavorato, ha imparato il francese, ha incontrato una donna, Arlette. Il suo è un ritorno colto, con uno sguardo di impegno sociale, “si è costruito un’anima. E quando la vita lo scaglia di nuovo al punto i partenza, a ridosso dei palazzi, delle chiese, delle piazze, dei vicoli dai quali è zampillata la sua sete di conoscenza del passato si fa di colpo divorante” (p. 42).Con Felice (e con Ermanno Rea stesso) attraversiamo il pericoloso quartiere della Sanità senza  timore, non solo perché da lettori siamo protetti dalle pagine che ci separano dai luoghi, ma perché siamo affascinati dalla bellezza che pure emanano quegli abissi, e così ci perdiamo in essa, nel dettaglio minuzioso e talvolta persino eccessivo. Ma quelle divagazioni,ricche di fonti documentali, sono un dono offerto al lettore che depurano il quartiere, lo “sanificano”. D’altra parte fanno da sponda e protezione al protagonista due figure simbolicamente rappresentative: un sacerdote (padre Re(g)a) ed un medico, un cardiologo. In tutte queste figure si cela la voce dell’autore, la sua natura di guerriero spavaldo ed indomito, la sua curiosità, la capacità di indagare l’animo umano, il suo senso civico, l’attenzione alle problematiche sociali ed economiche.

Si può dunque ritenere che Nostalgiasia il testamento morale di Rea. I temi dell’economia, della società e della legalità, della bellezza e dell’arte, del degrado e dell’orrore, dell’amore edel sentimento, della lettura e della cultura in generale, della politica intesa come senso civico, della democrazia e della libertà trovano in questo testo una forza maggiore che in altri perché la narrazione è sostenuta da questa “voce plurale” dell’autore che si manifesta attraverso le parole di tutti i personaggi del romanzo: di Felice, di Padre Rega, del medico-narrante, di Adele, la giovane storica dell’arte, e, forse in certo modo persino di Oreste, che è assente-presente per molta parte del romanzo, come d’altra parte è assente-presente il male che è nella società, ma anche in ognuno di noi. Oreste rappresenta infatti lo scivolamento sociale verso l’illegalità della natura violenta di un soggetto ed al tempo stesso il prototipo del soggetto portatore dei simboli del potere violento, delle sue regole, insomma di un’etica negativa in quanto meramente simbolica, e perciò priva di senso proprio.Questa capacità di descrivere i comportamenti umani, rispetto a certi fatti immaginati o raccontati, Rea l’ha tratta dalla sua esperienza di giornalista di inchieste svolta prima di diventare scrittore di romanzi.

Bianca Maria Paladino