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PD: un conflitto continuo

Partito Democratico

Quello, interno al PD, è un conflitto non sopito, che tende a riemergere – a volte – come un fiume carsico che, dopo essersi inabissato, si riporta in quota, evidenziando la problematicità di un percorso accidentato, che la natura ha contribuito a rendere di straordinaria bellezza. Nei giorni scorsi, all’indomani dell’elezione di Mattarella, sembrava che il partito avesse riacquisito finalmente la sua unità, visto che tutte le componenti si sono riconosciute nella scelta del nuovo Capo dello Stato e, per la prima volta nella legislatura in corso, si è proceduto ad un passaggio politico molto importante senza il sostegno decisivo di Berlusconi.

Ma, tornati ben presto alle dinamiche parlamentari ordinarie, le differenze fra la maggioranza e la minoranza sono comparse di nuovo e, soprattutto, in modo fragoroso, dal momento che – come è ben noto – differenti sono i punti di vista nel PD su materie di fondamentale importanza, come il Jobs Act, la riforma elettorale e quella costituzionale.
Peraltro, la minoranza del PD ha dimostrato, come già precedentemente, di essere – a sua volta – composita al suo interno, dal momento che alcuni esponenti, come Fassina e Civati, dialogano assai proficuamente con Vendola e Landini, mentre gli altri – da Damiano a Bersani – sono convinti assertori dell’unità del partito, per cui non hanno mai messo in discussione la militanza nella formazione, che essi hanno contribuito a fondare e a far crescere sia da un punto di vista elettorale, che politico-programmatico.

Pertanto, tali divisioni non possono che favorire, ulteriormente, la maggioranza renziana, visto che, al momento, nessun parlamentare sembra essere in grado di sfidare la leadership del Premier ed, ineluttabilmente, la stessa pubblica opinione nazionale tende o a stare dalla parte del Presidente del Consiglio o, se è in disaccordo con le sue tesi, a prendere in considerazione l’ipotesi di aderire a formazioni nuove, come quella – ad esempio – alla cui nascita sta lavorando, da mesi, il sindacalista Landini.

Ma, la situazione è complessa, perché, se a livello nazionale, il Presidente del Consiglio non ha sfidanti, che siano capaci di preoccuparlo seriamente, per altro verso, nelle realtà regionali, il potere renziano non appare così consolidato, come lo è a Roma.
È il caso dell’Emilia, dove il candidato renziano alla Presidenza della Regione non ha partecipato alle primarie; è quello, ancora, della Calabria, dove l’uomo di Renzi, invece, ha preso parte alla competizione popolare, venendo pesantemente sconfitto; è, infine, quello della Campania, dove la personalità individuata dal Presidente del Consiglio per sfidare De Luca e Cozzolino – il deputato Gennaro Migliore – si è ritirata dalle primarie, pochissimi giorni prima della loro celebrazione.

Quindi, da questi pochi dati, si ricava l’immagine di un partito, che a livello centrale si costruisce intorno alla leadership carismatica del Premier, mentre nei territori, dove esiste un ceto dirigente di formazione pre-renziana, le posizioni degli uomini della corrente del Capo del Governo tendono, con maggiori difficoltà, ad affermarsi in modo pieno, per cui si può facilmente ipotizzare che, quando verrà messo in discussione il potere incontrastato di Renzi, ciò non potrà non avvenire partendo dalle realtà locali, che sono più magmatiche e, quindi, meno controllabili.

È giusto che, in un partito moderno, la dialettica sia continua ed incessante, per cui non possiamo non essere diffidenti, quando la diversità di opinioni nasce, solo, in prossimità di un appuntamento elettorale, perché, in quella fattispecie, è rilevante il dubbio che le distinzioni emergano con un mero fine strumentale, per giustificare un investimento politico su questo o quel candidato, che prescinde da un effettivo discrimine ideale e culturale.
Pertanto, non possiamo non simpatizzare per civili fenomeni di dissenso, che, pur non minando mai l’unità del PD, siano però in grado di rendere più articolata la discussione interna, perché non si può non essere lontani dalla prospettiva di una forza, che si basi – esclusivamente – sul carisma di un uomo, che comanda in assoluta solitudine ed in assenza di concorrenti.
Quindi, non possiamo non auspicare l’intensificarsi di tale dibattito, sperando che le posizioni eterodosse siano valorizzate e non soppresse preventivamente, per i timori evidenti delle conseguenze, che esse possono comunque generare.

Rosario Pesce