Home Contatto Blog Il paradosso della moda inclusiva: integrazione o profitto?

    Il paradosso della moda inclusiva: integrazione o profitto?

    Il paradosso della moda inclusiva: integrazione o profitto?

    Esiste un confine molto sfumato tra strumentalizzazione e affermazione del politcally correct, che attraversa il pantano del pregiudizio. Quando il tema è la diversità, gli schieramenti sembrano annullarsi dietro la comune propaganda del voler abbattere ogni sorta di barriera finendo a volte con l’ottenere risultato contrario.

    E’ il caso del terreno scivoloso della diversità “inclusa” nel mondo della perfezione assoluta, della bellezza inarrivabile: la moda.

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    Sovvertire l’ordinario. Non è una novità. E nell’ambito del fashion sembra quasi un ossimoro associare la perfezione ideale in cui questo mondo si orienta con la diversità più o meno evidente – dal difetto estetico alla disabilità dichiarata. Non è sempre immediato tracciare la linea di demarcazione tra il “facciamo leva sulla pietà per profitto e visibilità” e la reale volontà di veicolare un messaggio positivo, di inclusività concreta.

    Non è passata inosservata la notizia della giovane modella con sindrome di Down (Ellie Goldstein) che diventerà testimonial di Gucci. Perché sottolineare così marcatamente la sua diversità? Non c’è traccia di associazioni di beneficenza pronte ad accogliere il fatturato della campagna pubblicitaria che renderà il prodotto (un mascara, per la precisione) famoso e di tendenza ancora prima di essere distribuito. E’ bastata una ragazza down ad attirare l’attenzione: persuasivamente impeccabile certo. Ma eticamente?

    Bisognerebbe chiederlo a Lydda Wear che, dal lontano 2003, produce capi di abbigliamento di tendenza per uomini affetti da disabilità, ma senza farsi alcuna pubblicità. Vende online per evitare di creare ulteriori barriere architettoniche, producendo made in Italy sartoriale di qualità. In silenzio, perché semplicemente ha deciso di concentrarsi su una precisa fascia di mercato (una fascia, come tante, direbbe). Certo, non è il solo esempio.

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    Di Ellie si è parlato a profusione, specie sui social da sempre attenti a veicolare messaggi buonisti sull’accettazione delle diversità e delle imperfezioni (salvo poi sfoggiare con fierezza le immagini statuarie delle Veneri di Victoria’s secret…), forse dimenticando che scegliere testimonial “diversi”, nel fashion non proprio pret à porter, non è cosa nuova. Nel 2018, ad esempio,  la casa inglese Zebedee Management ebbe a scomodare il giapponese “kintsugi” (riparare con l’oro) per coprire – appunto – di oro le cicatrici dei modelli e delle modelle chiamate a far parte della causa ribattezzata “adaptive fashion”.  Ancora prima, Tommy Hilfiger aveva lanciato (siamo nel 2016) la moda junior Tommy adaptive, stavolta insieme alla stilista Mary Scheier, fondatrice dell’organizzazione no profit Runway of Dreams. Va specificato a chi fosse rivolta la Tommy adaptive?

    Poi, c’è la beneficenza. La lodevole iniziativa di chi usa la moda per veicolare un messaggio forte di speranza: “impossible is nothing“. E’ il caso della UILDM (unione italiana lotta alla distrofia muscolare) che ha messo in essere nel 2019 una serie di eventi per finanziare enti di ricerca e accoglienza disabili imperniate sulla moda “inclusiva”, con passerelle ove modelli e modelle diversamente abili sfilavano festanti con vestiti disegnati ad hoc da giovani studenti reclutati in tutta Italia (80 in totale) nel corso di manifestazioni di ampio respiro tenutesi in Emilia Romagna e Campania (Pompei), dedicate totalmente alle varie forme di diversità da valorizzare e far brillare di una luce propria, festosa, anomala (sottofondo alle sfilate c’erano poesie recitate in linguaggio dei segni, ad esempio).

    Lo scopo universalmente dichiarato e salutato con entusiasmo da numerose associazioni è allargare gli orizzonti abbracciando ogni tipo umano, adattando lo stile alla persona, scegliendo oggetti specifici per soggetti specifici anziché pretendere il contrario: è sempre così? Anche quando i modelli ritagliati ad hoc su testimonial noti (come gli atleti paralimpici, Bebe Vio in testa) sono in realtà solo prototipi da passerella ?

    Le domande che ci si pone, passando in rassegna questi diversi esempi di uso funzionale della diversità, sono molteplici: esiste una differenza tra scegliere come testimonial una persona che non rientra nello stereotipo della normalità (diversamente abili, atleti paralimpici, vittime di incidenti o malati di gravi patologie invalidanti) al fine di pubblicizzare un prodotto e scegliere di creare attraverso la moda inni di lode al diverso che diventa familiare e complice?

    Esiste una differenza tra produrre prodotti destinati a una fascia precisa di persone e produrre prodotti di largo consumo usando come pubblicità volti “segnati”? Dove finisce la bella patina dorata del “friendly” e inizia quella del “profitto a ogni costo?” Chi ha realizzato il suo sogno di essere modella per un giorno ha esultato sentendosi uguale agli altri, portatore di un messaggio salvifico, eppure, sentirsi uguale agli altri per un giorno non è affermare indirettamente di essere diverso? In nome di quale inclusività?

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    Negli Stati anglosassoni una risposta è stata data, almeno in parte, da movimenti come Help me Spend my Money (che chiede di ridurre le barriere architettoniche permettendo a tutti di entrare nei negozi o la creazione di linee specifiche di abbigliamento atte ad evidenziare una diversità non in senso velatamente negativo ma finalmente neutro, una diversità che sia includere e non escludere, abbattendo le barriere visibili e non).

    Altre risposte vengono da riviste per adolescenti, sempre anglosassoni, ove si inneggia a una bellezza fatta di ogni caratteristica: grasso, magro, bello, brutto ecc. con l’hashtag “#disableandcute”

    Insomma, tante modelle, blogger, stiliste si stanno interessando seriamente alla disabilità con una prospettiva simile a quella di quegli artisti rivoluzionari dell’Ottocento che pretendevano di includere tutte le categorie estetiche sotto un’unica etichetta “unicità, specificità, caratteristica” e stanno provando a creare binari paralleli di inclusività vera e concreta, che non sia né a scopo di lucro né una falsa celebrazione di una dicotomia. Ma la strada è ancora lunga prima che ogni pregiudizio cada e si smetta di dividere il mondo in uguali e diversi, di caratterizzare le cose etichettandole, di dividere le persone in fasce e categorie. E forse solo quando una modella non perfetta non farà più notizia si sarà arrivati a tagliare il traguardo della vera inclusività.

    A cura della Professoressa Mara Q.