Matteo Renzi | La paura di un tweet

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La paura di un tweet – Renzi ha paura dei social networks: abbiamo scoperto, oggi, una verità che invero sorprende non poco, visto che lo stesso Premier conosce bene le nuove tecnologie e le sa usare, molto saggiamente, in vista dei propri obiettivi di propaganda politica.Nel corso di una conferenza stampa, tenuta in contemporanea con l’ufficializzazione delle dimissioni del Capo di Stato, il Presidente del Consiglio ha invitato i suoi parlamentari a non farsi condizionare dalle campagne di stampa, che saranno messe in essere attraverso il ricorso sistematico agli strumenti informatici e telematici.

Due anni fa, infatti, i parlamentari vennero pesantemente colpiti dagli strali della grande campagna, che venne orchestrata, ad hoc, dai Grillini in favore dell’elezione di Rodotà al seggio quirinalizio.
Sappiamo bene come andò a finire, visto che il candidato del M5S non prese i voti sufficienti per essere eletto, ma – certo – fu la prima volta, nella storia italiana, che i grandi elettori si trovavano ad essere pressati dalla piazza telematica, che, chiedendo loro l’elezione dell’insigne giurista, manifestava il proprio orientamento per un cambiamento tanto radicale – nel metodo e nel merito – quanto inatteso.
La preoccupazione renziana, però, stona non poco: egli, da grande rottamatore ed, appunto, da sagace fruitore dei mezzi di comunicazione di massa, non dovrebbe essere terrorizzato dalla paura di assistere ad eventuali condizionamenti esercitati dai cittadini attraverso la Rete.
Innanzitutto, non esiste in Italia l’elezione diretta del Capo dello Stato, per cui possono essere allestite tutte le operazioni mediatiche, che si vuole, ma – purtroppo o per fortuna – la volontà dei grandi elettori prevale – sempre e comunque – su quella delle persone comuni, come successe appunto nel 2013, quando venne riconfermato Napolitano e fu bocciata la candidatura, pur autorevolissima, dell’ex-Presidente dell’Autorità sulla Privacy.
Ancora, dal momento che il Premier dovrà indicare la candidatura di un degno successore di Napolitano, ci pare alquanto strano che egli possa difendersi, già preventivamente, da eventuali attacchi della pubblica opinione, come se egli sapesse di proporre un nominativo espressione della casta e, dunque, in grado di apparire inviso all’elettore.
Se così fosse, sarebbe un grave errore quello che starebbe per concretizzare il Premier, perché, per quanto l’Italia non sia una Repubblica presidenziale, è chiaro che poter eleggere al Quirinale una personalità amata dalla piazza può rappresentare un fattore di indubbio vantaggio, dato che in Parlamento si incontrerebbero minori difficoltà a far passare il suo nome, piuttosto che quello dei soliti noti.
D’altronde, sarebbe una gravissima contraddizione il fatto che il Premier rottamatore possa, finanche solo in linea teorica, proporre il nominativo di un componente del vecchio ceto della politica nazionale.
È giusto, invece, che, quando il Presidente del Consiglio ed il suo partito si confronteranno per arrivare all’indicazione di un profilo largamente condiviso, tengano conto – fra gli altri parametri – anche del livello di popolarità della personalità, che si vuole promuovere alla più alta magistratura del nostro Paese.
In un’epoca, come l’attuale, nella quale con un semplice clic la piazza telematica può esprimere il suo gradimento verso un rappresentante delle istituzioni, sarebbe deleterio se si tornasse ai vecchi metodi e riti della Prima Repubblica, che sono ed appaiono del tutto decontestualizzati rispetto all’attualità stringente.
Evidentemente, la paura renziana della forza di un tweet è un sentimento sorprendente, ma è anche espressione delle pressioni, a cui la politica odierna è sottoposta: infatti, il gradimento o il dissenso per il nome prescelto ricadrebbe, ineluttabilmente, sul Premier che ha proposto quella personalità, per cui, sulla designazione del futuro Presidente della Repubblica, si misura l’intesa che c’è, tuttora, fra Renzi ed il popolo italiano, sei mesi dopo le trionfali elezioni dello scorso maggio.
Se il Premier dovesse cadere nei medesimi errori, che commise Bersani nell’aprile del 2013, non solo perderebbe ulteriore consenso, rispetto a quello incassato nella primavera del 2014, ma soprattutto si dimostrerebbe – per la prima volta – molto vulnerabile, perché incapace di comprendere e di venire incontro agli umori della folla.
La sua fortuna, finora, si è materializzata in una straordinaria capacità di intuire i desiderata popolari e di soddisfarli prontamente.
Orbene, se nei prossimi giorni – nella vicenda quirinalizia – un mero tweet dovesse sconfessare un dato siffatto, sarebbe – forse – l’inizio della fine?