Home Editoriale L’opinione pubblica e la politica italiana

L’opinione pubblica e la politica italiana

È molto interessante studiare le dinamiche della pubblica opinione nel nostro Paese, visto che, da quando si è frantumato il sistema dei partiti, a seguito di Tangentopoli, gli umori e gli orientamenti dei cittadini italiani sono divenuti, sempre più, ondivaghi. Ai tempi della Prima Repubblica, fino quindi al 1994, gli Italiani erano chiusi in gabbie d’acciaio, da cui difficilmente uscivano, dato che l’intero corpo elettorale era suddiviso in tre macro-aree: una filogovernativa, di matrice democristiana e socialista; un’altra vicina al PCI per ragioni ideologiche ed una terza, prossima alla Destra estrema, che rappresentava una nicchia dai valori numerici, sostanzialmente, costanti. Con il crollo di quel virtuoso sistema politico ed istituzionale, il nobile sentimento dell’appartenenza è divenuto sempre più labile, per cui – di volta in volta – la pubblica opinione ha scelto in base all’adesione a temi, destinati ad apparire stringenti nella stagione prossima al voto. Non è un caso se, nel corso della Seconda Repubblica, i partiti di governo, a fine legislatura, sono sempre stati puniti e la maggioranza degli elettori ha premiato, sistematicamente, lo schieramento di Sinistra o di Destra, che era stato all’opposizione nel precedente quinquennio. Talora, sono stati avvantaggiati dei partiti o delle personalità, che sono divenuti delle vere meteore, perché non sono stati capaci di consolidare il loro consenso e di diventare, pertanto, una realtà stratificata all’interno del quadro politico del Paese. È il caso dei Radicali di Pannella e della Bonino, che, nonostante il grandissimo successo in termini di consenso, conseguito alle elezioni europee del 1999, non hanno avuto, però, la forza di essere un punto di riferimento costante per la pubblica opinione, per cui, alla tornata elettorale successiva, hanno riconquistato un numero di voti, invero, del tutto irrilevante. O, ancora, è il caso di Di Pietro che, nonostante la grandissima popolarità conseguita con le indagini di Tangentopoli, non è stato mai capace di costruire un partito vero e proprio, per cui – caduta progressivamente in disgrazia la sua immagine agli occhi degli Italiani – della stagione del dipietrismo non è rimasta nessuna traccia nella politica nazionale. Il 2013 è stato, invece, l’anno della svolta: il successo dei Grillini – pur ridimensionato dalla loro condotta sciagurata dopo il voto, visto che non hanno voluto formare il Governo insieme a Bersani – ha acquisito una risonanza, che non sembra essere affatto scemata, per cui, tuttora, coloro che vogliono esprimere un voto in dissenso con il sistema dei partiti tradizionali sono orientati a votare in favore del M5S, che viene individuato come l’unico baluardo contro la partitocrazia e gli sprechi copiosi della casta. Non sappiamo quanti voti prenderà il Movimento alle Regionali del prossimo 31 maggio, ma certamente è ipotizzabile che la lista del M5S, pur non eleggendo alcun Presidente di Regione, sia in grado di superare il 20%, per cui, anche per effetto del concomitante ridimensionamento elettorale del PD, i Grillini saranno probabilmente il primo partito, nonostante non governino alcuna città importante o regione e nonostante la grande stampa nazionale, nel corso dell’ultimo anno, abbia tirato la volata – come si dice in gergo sportivo – a Renzi ed al renzismo deteriore. Grillo, infatti, dopo la sconfitta alle Europee del 2014, ha saputo rimodulare i temi della sua propaganda, per cui, in particolare, la difesa della Scuola Pubblica contro il famigerato ddl governativo ha consentito al Movimento di tornare sul proscenio della politica in una posizione di indubbia forza, visto che, difendendo l’istruzione statale contro il provvedimento renziano, ha senza alcun dubbio acquisito consenso nell’area che, notoriamente, invece era sempre stata vicina al principale partito della tradizione progressista italiana. Pertanto, per la prima volta in Italia, in caso di conferma del dato elettorale del 2013, un partito – in tal caso, il M5S – riuscirebbe, per due elezioni consecutive, ad interpretare il sentimento profondo della pubblica opinione, facendosi corifeo della protesta e del rifiuto pregiudiziale delle dinamiche della politica, che serpeggiano nel corpo elettorale in modo, più o meno, carsico. Certo, il consenso, conquistato per effetto di una dinamica siffatta, dovrebbe poi divenire il carburante necessario per inaugurare una stagione istituzionale diversa da quelle che, finora, hanno segnato la nostra politica interna, ma – dalle Regionali di maggio alle prossime elezioni generali – il passo potrebbe essere molto più breve di quel che si immagina. 


A cura di Rosario Pesce