Home Editoriale La globalizzazione ed il fallimento delle élite

La globalizzazione ed il fallimento delle élite

In una recente intervista, l’editore di Repubblica De Benedetti ha fatto riferimento esplicito al fallimento delle élite in merito agli esiti del processo di globalizzazione. È sotto gli occhi di tutti la sconfitta che il sistema socio-economico consegue giorno per giorno, visto che gli obiettivi, che ci si era proposti, sono andati miseramente falliti. Si era pensato, alla fine del secolo scorso, dopo la caduta del Muro di Berlino, che la globalizzazione potesse offrire nuove possibilità di successo ad una generazione, che sarebbe cresciuta finalmente senza lo spauracchio del Fascismo e del Comunismo. Le sorti progressive dell’umanità avrebbero prevalso rispetto ai drammi del Novecento, per cui mai più morte ed, in particolare, ricchezza e chance di promozione sociale per tutti. Invece, dopo venti anni circa, possiamo registrare che la svolta, impressa alla storia europea ed a quella degli altri popoli, non è davvero questa: l’Europa, dal canto suo, è un continente sempre più povero, dal momento che il trasferimento delle produzioni industriali in Africa, in Asia, in America Latina induce disoccupazione a go-go. Ancora, gli altri continenti, che ricevono i nuovi impianti industriali, che vengono delocalizzati laddove la manodopera costa meno ed il fisco è meno opprimente, non stanno divenendo ricchi come si poteva immaginare, visto che non esiste un’opportuna distribuzione sociale di tali enormi capitali, per cui – per effetto di una dinamica, invero, spietata – si depauperano sia i continenti che ricevono, sia quelli che perdono le imprese suddette. Peraltro, la globalizzazione ha determinato delle attese, che non sono affatto giustificate: infatti, il trasferimento di migliaia di persone dal Sud del mondo verso l’Europa è una tendenza, che oramai il vecchio continente non è più in grado di reggere, per cui quel triste spettacolo dei bambini, che muoiono in mare, è l’immagine plastica che qualcosa non ha, obiettivamente, funzionato in questi decenni nei quali si credeva di aver risolto ogni problema dell’umanità. Inoltre, è evidente che, laddove nasce e si accentua il conflitto, ineluttabilmente germogliano i sentimenti peggiori: pertanto, il fallimento della globalizzazione porta con sé una recrudescenza dei nazionalismi, che si era creduto di aver messo, definitivamente, da parte con il passaggio al nuovo millennio. In tale contesto, ricadono le parole di De Benedetti.
È chiaro che la globalizzazione sia stato un processo indotto dalle élite mondiali, che hanno creduto di poter espandere così il loro già immenso potere, ma appare ovvio che qualcosa non torni.
I governi dell’Occidente sono tutti oggetto di una feroce contestazione da parte di quei ceti, sempre più numerosi, che sono letteralmente tagliati fuori dalla società dei consumi o che rischiano di esserlo nel corso dei prossimi decenni, quando ancora più forte e stridente sarà il gap fra ricchi e poveri, fra integrati ed apocalittici, fra filogovernativi e rivoluzionari, sia pure in senso confuso e caotico. Le élite, nel corso dei secoli precedenti, hanno sempre impresso un indirizzo di crescita alla società occidentale: non furono le élite a fare l’Illuminismo? Ed i vari Risorgimenti nazionali? E non si deve a loro la sconfitta dei totalitarismi del Novecento? Orbene, questo che stiamo vivendo è il momento peggiore della storia mondiale, perché nei passaggi, che abbiamo appena elencato, le élite hanno sempre comunicato con i ceti popolari e, da questa “santa” alleanza, sono nati i trionfi che abbiamo elencato. Questa volta, invece, manca il link che possa collegare i ceti dominanti a quelli subordinati, anzi i secondi avvertono i primi sempre più come il loro nemico da abbattere in modo netto, allo scopo di evitare guai peggiori.
È chiaro che, poi, in un tale contesto, quello delle élite è un volto articolato e molto complesso: è élite il politico, è élite il banchiere, è élite l’intellettuale in una società che legge e scrive sempre meno, è finanche élite il dirigente statale, che pochissimo spazio discrezionale ha nell’esercizio del suo lavoro.
Cosa, allora, si può fare per ristabilire il filo del colloquio fra classe dirigente e classi eterodirette?
Forse, bisogna ricreare le condizioni di uno sviluppo e di un margine di crescita, davvero, per tutti?
Forse, bisogna avere il coraggio intellettuale di fare palinodia di tutti i messaggi fuorvianti, che sono stati lanciati nel corso degli ultimi trent’anni? Certo è che, alla fine del Novecento ed agli inizi del nuovo secolo, si è issata la bandiera del liberismo tout court, al fine di fare piazza pulita di quelle forme di statalismo, che hanno prevalso nell’Ottocento e nel Novecento?
Oggi, sono finanche le stesse élite che ammettono l’errore fatto e che richiedono un rapido ritorno al passato, riaffermando il primato dello Stato rispetto al fallimento del feticcio del libero mercato, che in pochi anni ha fatto molte più vittime del Comunismo e del Fascismo nell’arco di due secoli.
Non è un caso se De Benedetti, nell’intervista che abbiamo citato, ha fatto esplicita richiesta di una nazionalizzazione degli istituti di credito, visti i default progressivi delle banche, che dal 2008 in poi si sono registrati in America ed in Europa.
Si può, allora, tornare indietro come se nulla, frattanto, fosse accaduto? Cosa si dirà allo studente italiano, che non potrà più andare a studiare in Inghilterra, dopo il Brexit?
Cosa si farà per evitare altri barconi della morte in pieno Mediterraneo? Cosa si metterà in piedi per azzerare i fenomeni di intolleranza religiosa e razziale, ormai sempre più numerosi e frequenti? Cosa si dirà a chi ha perso il benessere che gli veniva garantito quando esistevano le frontiere, fra uno Stato ed un altro in Europa, e che adesso invoca che esse vengano – di nuovo – costruite? Forse, basterà nazionalizzare le banche, per ammettere che si è sbagliato tutto (o quasi) a partire dal 1989?
O, forse, è giusto che le élite tornino a dialogare effettivamente con i ceti meno fortunati, rinunciando ad un atteggiamento autoreferenziale, che le porta a commisurare il mondo in funzione, unicamente, dei propri interessi egoistici?

Rosario Pesce

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