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Italia,crisi e la rottura del vincolo sociale

L’Italia vive uno dei momenti più delicati della sua storia recente, perché, per effetto delle politiche del Governo Renzi, oltreché della crisi perdurante, pare che si sia rotto il vincolo sociale, che ha tenuto uniti gli Italiani nel corso del Novecento, consentendo loro di superare sfide assai difficili, come quelle dell’uscita dal Fascismo e della ricostruzione di un tessuto nazionale, all’indomani della Guerra di Liberazione.

Basta guardare gli Italiani al supermercato o quando sono chiusi in auto nel traffico cittadino o quando sono in coda all’Ufficio Postale: tutti pronti a mettere in evidenza l’eventuale errore del proprio vicino, per cui, nei casi peggiori, sono addirittura capaci di aggredire fisicamente chi – povero disgraziato – ha commesso un’infrazione ai loro occhi, perfino quando questa viene compiuta senza dolo o, comunque, senza la volontà conclamata di arrecare un danno al prossimo.
Insomma, gli Italiani sono tornati allo stato di natura, per cui si sentono sempre defraudati dal loro simile ed, anziché ricorrere all’autorità competente, sono disposti a farsi giustizia da soli, che – come si sa bene – è il peggiore dei comportamenti possibili, perché la vendetta è, tendenzialmente, ingiusta ed impari rispetto all’offesa subita.
Come, allora, si può fare, perché la nazione riacquisti un sentimento di unità, che è venuto meno in modo così manifesto?
Non esistono riferimenti unici, tendenzialmente universali, visto che perfino la religione, oggi, tende a dividere e non ad unire i credenti: ormai, nei prossimi decenni, il Cattolicesimo non sarà più l’unico credo degli Italiani, per cui dobbiamo ipotizzare che, fra adulti e bambini, l’appartenenza ad una fede piuttosto che ad un’altra sarà un fattore di separazione e non di unità, nonostante le politiche, finora, messe in essere da chi, con onestà, tende a creare un comune terreno di valori condivisi e compartecipati dalla stragrande maggioranza dei cittadini.
Purtroppo, gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: gli Italiani sono tornati al Medioevo, quando, divisi fra Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, agivano nell’unica prospettiva della difesa di interessi di parte, per cui il nepotismo ed il familismo erano divenuti comportamenti sempre più diffusi in una società dai legami deboli.
Cosa si può ipotizzare per invertire una siffatta tendenza?
La politica ha molte responsabilità per il consumarsi di un fenomeno simile, visto che il cattivo esempio, fornito da rappresentanti istituzionali corrotti e tracotanti, ha fatto sì che gli Italiani, già di per sé poco fiduciosi nelle virtù civiche dei loro governanti, potessero ulteriormente perdere fiducia in chi, investito del mandato popolare, avrebbe dovuto creare le condizioni (o, quanto meno, contribuire a farlo) per una convivenza civile, che si svolgesse secondo canoni di civiltà e di benessere diffuso.
Dopo Tangentopoli, l’immagine dell’Italia, come comunità coesa, nel sentimento dei suoi cittadini si è sciolta rapidamente, trasformando il Belpaese in un conglomerato di individui, che sono molto spesso animati da diffidenza ed avversione nei riguardi del proprio vicino di casa, come del passante, che si incontra per strada, o della persona con cui si condivide qualche minuto di attesa in luoghi pubblici.
Ormai, la nazione italiana non c’è più, ma si evidenziano atteggiamenti tesi, unicamente, a rivendicazioni di natura territoriale, che sono l’anticamera del fallimento del progetto, politico e culturale, di quanti, nel corso dell’Ottocento, diedero la vita per mandare via gli Austriaci dal suolo patrio.
L’Italia è, oggi, un territorio dove desolazione, sconforto, diffidenza prevalgono fortemente su sentimenti, che – invece – dovrebbero accomunare e non dividere il corpo sociale di uno Stato, che ha poco più di sessanta milioni di cittadini.
L’arrivo dei poveri migranti africani, in tale contesto, è stata la miccia, che ha fatto saltare quel minimo di coesione, che ancora permaneva: infatti, essi sono diventati il mero capro espiatorio di una vicenda, che, da grottesca, può divenire finanche pericolosa, dal momento che non mancano partiti e personaggi pubblici che, in maniera scellerata, soffiano sul fuoco ed alimentano un’avversione, dai toni incivili, fra i vecchi Italiani e coloro che sono destinati ad essere i nostri nuovi connazionali, nell’arco – almeno – di una generazione.
Speriamo – purtroppo, al momento non possiamo fare altro e di più – che, con il passare del tempo, ci si accorga che lo scioglimento doloso dell’Unità nazionale – culturale, prima ancora che politica ed istituzionale – non può essere, invero, la panacea a tutti i mali.
Anzi, un eventuale fallimento del progetto di nazione, creato dai nostri antenati, non solo acuirebbe la conflittualità, ma sarebbe la premessa peggiore per una sana competizione a livello europeo e mondiale, visto che nessun corpo sociale, se si presenta diviso e fratto al suo interno, può reggere la concorrenza di altri contesti, ben più avanzati sia da un punto di vista economico, che civile.

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Rosario Pesce