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Il linguaggio di Matteo Salvini

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Il linguaggio di Salvini non è, certo, roba per educande: in campagna elettorale, poi, il leader della Lega fornisce di sé la peggiore immagine possibile, mettendo in scena un repertorio truce, che neanche i fascisti d’oltralpe della Le Pen osano adottare. Infatti, il Segretario della Lega ha capito che, nel nostro Paese, esiste un’area molto vasta di disagio socio-economico, per cui, adoperando le parole classiche della Destra xenofoba e razzista, egli realizza uno show che, nelle sue intenzioni, dovrebbe portarlo ad essere il capo del principale partito italiano di Centro-Destra, visto che – ormai – tutti i sondaggi danno per scontato il sorpasso ai danni di Forza Italia.

È evidente che, di questo passo, Salvini porterà la Lega a sfiorare il 20%, dato che è un partito – il suo – che si radica, perfino, fuori dalla Pianura Padana, andando a coprire il vuoto lasciato dalle formazioni tradizionali della Destra post e neo-fascista. Naturalmente, quel consenso, cui aspira, se è sufficiente per superare nelle previsioni la formazione di Berlusconi, di per sé non basta per sconfiggere il fronte di Governo, dal momento che gli Italiani non sono mai stati fascisti, per cui, se conosciamo un po’ la storia del nostro Paese, possiamo affermare – senza timore di essere smentiti – che la maggioranza degli elettori non potrà identificarsi nei messaggi peggiori della rinnovata Destra leghista. 

Detto questo, è però ineluttabile sottolineare che Salvini pone un problema, di cui non si può non tenere conto, dal momento che, se il disagio – su cui specula – dovesse essere lasciato al suo destino, temiamo che, prima o poi, può comunque produrre conseguenze nefaste per l’ordine democratico.
È fin troppo facile, quando l’economia non funziona, dare la colpa del fallimento agli immigrati ovvero gridare allo scandalo ed invocare la pena di morte, quando uno straniero commette un delitto efferato; purtroppo, nelle fasi di crisi, i cittadini ragionano più con il ventre, che con la mente, per cui messaggi semplicistici e violenti, da un punto di vista verbale, non possono non sedurre coloro che hanno scarse difese culturali o che vivono in una situazione di precarietà economica. 

Salvini tende a conquistare il voto di questa fetta della popolazione italiana, sapendo bene che Grillo, ormai, ha perso appeal, per cui la protesta dovrebbe premiare, quasi esclusivamente, la nuova Lega, nazionalista e – soprattutto – presente sull’intero territorio nazionale, dalla Lombardia alla Sicilia.

Abbiamo, già, detto che poco crediamo ad un successo leghista, ma, con altrettanta onestà intellettuale, non possiamo non confermare i nostri timori per la condizione complessiva del Paese, che va logorandosi sempre più: infatti, Salvini ed i suoi dirigenti mirano a creare un clima da guerriglia, ben sapendo che, alimentando la strategia della tensione, inevitabilmente se ne avvantaggia chi rappresenta le posizioni della Destra più retriva della nostra lunga tradizione parlamentare. 

Al pericolo leghista come risponde il Presidente del Consiglio, che è, chiaramente, il principale bersaglio della propaganda del partito del Carroccio? Forse, con qualche selfie fatto all’inaugurazione dei padiglioni dell’Expo di Milano?
Forse, con il lancio della mancata riforma della scuola pubblica, che, nata per rivoluzionare un settore vitale del pubblico impiego, rischia di partorire cambiamenti molto meno epocali di quelli promessi e sbandierati finora?

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Forse, un problema il PD ce l’ha: la strategia. Fino a qualche settimana fa, ci si affidava alle promesse renziane per blandire il popolo italiano; ora, al vaglio dei fatti, queste non sono più sufficienti, anche perché – in gran parte – si sono dimostrate fatue, per cui è necessario che, dalle parti di Largo Nazareno, si torni a disegnare una prospettiva plausibile, visto che molto forte è il rischio che Renzi venga avvertito come un leader inaffidabile da parte di quel 40% di nostri concittadini, che lo votarono alle Europee nel 2014 e che oggi, con grande rassegnazione, mista a rabbia, stanno giudicando il suo operato, dato che ne sono rimasti non poco delusi.

Salvini potrà vincere, solo se Renzi perderà la scommessa della credibilità, interna ed estera: temiamo che i prossimi mesi siano decisivi per capire lo stato di salute del Governo in carica, poiché le elezioni regionali saranno, in tal senso, un utile test. Certo è che, se il PD dovesse perdere in Liguria, Campania e Veneto, giungerebbe all’odierno inquilino di Palazzo Chigi un fragoroso avviso di sfratto, che può produrre un sisma nelle settimane, immediatamente, successive al voto primaverile. 

Non possiamo non attendere con ansia l’esito delle regionali, ben sapendo che il quadro delle alleanze variabili non può che danneggiare il PD, che governa il Paese in coabitazione con Alfano e Casini e che si appresta, invece, a correre alle elezioni amministrative in alternativa non solo alla Destra, ma finanche al Centro, che sostiene il Dicastero attuale. Misteri della politica, questi, che il Premier non potrà non spiegare, soprattutto se dovesse, clamorosamente, perdere in quelle tre regioni, che saranno fondamentali per conoscere l’effettivo responso politico del voto di maggio.

 

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