Home Editoriale Il dualismo fra pane e libertà una costante della storia dell’umanità.

Il dualismo fra pane e libertà una costante della storia dell’umanità.

La dicotomia fra pane e libertà costituisce una costante della storia dell’umanità.
Infatti, in moltissime contingenze, gli uomini hanno dovuto optare per l’uno o per l’altra, preferendo per lo più il primo.
L’esempio più illuminante, in tal senso, è rappresentato da quanto fece, nel 1799, il popolo napoletano, che tra la libertà, assicurata dal Governo degli intellettuali giacobini, ed il pane, garantito dai Borbone e dalla Chiesa, preferì quest’ultimo, contribuendo così non solo al fallimento della Repubblica Partenopea, ma molto probabilmente creando le condizioni, in quel preciso momento, dell’arretratezza del Sud d’Italia rispetto alle altre aree europee, dove invece spirava forte il vento del liberalismo e delle riforme, anche grazie ai movimenti massonici, che diedero vita ai vari Risorgimenti ottocenteschi.
Marx sosteneva una verità fondamentale, che nessuno è, tuttora, in grado di smentire: l’economia è il vero dato strutturale della società, per cui la cultura, i valori morali, la stessa politica sono solamente costruzioni sovrastrutturali, che l’uomo realizza per fornire un alibi, una giustificazione a fatti che vantano una motivazione, meramente, economicistica.
Anche nell’attuale passaggio storico, che stiamo vivendo con non poche ansie, il fattore economico si impone in modo prepotente rispetto agli altri dati del contesto sociale: la crisi, infatti, ha determinato un senso di estraniazione dell’uomo rispetto all’uomo, per cui gli elementi, che un tempo accomunavano gli individui, rischiano di divenire fattori divisivi, come nel caso della religione, che dapprima era un potente collante della società ed, oggi, invece viene vissuta come la causa scatenante di pericolosissimi conflitti interetnici.
A cosa, allora, l’Uomo può dar vita, pur di smussare le ragioni della conflittualità, che fanno del nostro odierno consesso sociale una costruzione, altamente, instabile?
A nessuno può sfuggire un dato numerico, purtroppo, inoppugnabile: negli ultimi cinque decenni, cioè nella seconda metà circa del Novecento, anche grazie alla cessazione di ogni conflitto su scala mondiale, la popolazione è incrementata notevolmente, per cui i sei miliardi di abitanti del pianeta costituiscono un valore demografico, che difficilmente finanche un’economia non in difficoltà può essere in grado di sostenere.
Diviene, quindi, inevitabile ipotizzare che una fase storica, come quella che stiamo vivendo, serva a riportare i dati della demografia entro livelli di ragionevole sostenibilità per la Terra, che invero non può produrre ricchezze sufficienti per una popolazione, che altrimenti, nel giro di pochi anni, con l’incremento esponenziale del tasso di natalità rischierebbe di arrivare a standard assolutamente insostenibili per qualsiasi tipo di economia, capitalistica o collettivistica che sia.
Pertanto, ragionando con cinismo in una prospettiva di medio termine, non si può non ricavare che la crisi economica odierna, come molte altre già verificatesi in età moderna, abbia in sé qualcosa di “provvidenziale”, perché garantirà a chi sopravviverà un tenore di vita migliore di quello che, altrimenti, potrebbe essere assicurato ad una popolazione mondiale, che può arrivare, ben presto, a contare dieci miliardi di individui.
A maggior ragione, in un siffatto contesto, l’Uomo, posto tragicamente di fronte alla dicotomia pane/libertà, non può che scegliere il primo, visto che è in gioco la possibilità stessa che egli continui a vivere ed a riprodursi.
Dobbiamo, allora, immaginare che la società mondiale (e non solo quella italiana o europea) si trasformi, nei prossimi decenni, nel prototipo di un novello autoritarismo, che, pur germogliando in modo soft in alcune aree del pianeta, diventerà il leit-motiv per un lungo periodo di tempo, almeno fino a quando le materie prime e le ricchezze prodotte potranno diventare, di nuovo, sufficienti per fronteggiare la decrescita attuale e per avviare una nuova e virtuosa fase economica?
Non vogliamo, certo, spaventare il lettore, delineando scenari apocalittici, per lui tuttora improbabili, ma purtroppo l’ipotesi tracciata rappresenta un credibile esito della triste congiuntura odierna.
Non possiamo non auspicare che l’umanità, quindi, diventi consapevole di ciò cui sta andando rapidamente incontro, perché la mancata consapevolezza dei problemi rappresenta la migliore precondizione per chi intende ed ha interesse a costruire una società mondiale, che si regga sulla sistematica e metodica rinuncia alle libertà in cambio di un tozzo di pane, comunque, malsicuro ed insufficiente.

Rosario Pesce