Home Editoriale Compravendita Senatori, la condanna esemplare di Berlusconi

Compravendita Senatori, la condanna esemplare di Berlusconi

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Quella pronunciata ieri dal Tribunale di Napoli, nei riguardi di Berlusconi e di Lavitola, ex-direttore de L’Avanti, è una condanna invero esemplare. Infatti, l’ex-Cavaliere è stato condannato a tre anni di reclusione per la corruzione messa in essere nei confronti di parlamentari della Repubblica, quando procedette, come è stato accertato dai giudici, all’acquisto di Senatori, pur di mandare a casa il Governo Prodi. La condanna non avrà alcun effetto concreto, visto che, nel prossimo mese di ottobre, scatterà la prescrizione, alla quale il reo non rinuncerà. Pertanto, la condanna, pronunciata ieri dai magistrati napoletani, avrà solo un valore simbolico molto importante, perché rappresenterà una pietra miliare della giurisdizione penale, qualora mai dovessero ripetersi fatti analoghi a quelli oggetto di giudizio da parte del Tribunale partenopeo. È gravissimo che, in una democrazia parlamentare, nella quale un deputato o un senatore sono, di fatto, i depositari della sovranità popolare, possano accadere vicende siffatte, che denotano un’assoluta noncuranza del Bene pubblico ed un’assenza di rispetto nei riguardi di ciò che, vantando un profilo istituzionale, soggiace ad una duplice responsabilità, quella morale in primis ed, ovviamente, quella politica.
Naturalmente, la pagina di storia, scritta con la sentenza di primo grado di ieri pomeriggio, riapre il dibattito intorno alla figura del condannato, che è stato il principale protagonista della nostra Repubblica nel periodo compreso fra il 1994 ed il 2014.
È evidente che fatti, come quelli sui quali è intervenuto il potere giurisdizionale, denotano un degrado rilevante della dimensione civile nel nostro Paese: pochi (o molti?) milioni di euro sono serviti non solo a far cadere un Governo, eletto dai cittadini, ma hanno contribuito a fornire un’immagine molto opaca dei meccanismi di funzionamento dell’amata democrazia rappresentativa, tanto più in una fase, come quella della Seconda Repubblica, nel corso della quale si è lavorato per creare un bipolarismo, che nel nostro Paese non però è mai nato in modo compiuto, come appunto dimostrano – anche – le deliberazioni assunte dalla Prima Sezione Penale del Tribunale di Napoli.
È ovvio che quanto è emerso in questi anni abbia sporcato, in modo purtroppo irreversibile, l’immagine del nostro Stato: infatti, nonostante la Giustizia abbia avuto la forza di giungere, almeno, alla pronuncia di una sentenza di primo grado, è pleonastico sottolineare che, in questo caso, sono venuti meno quegli strumenti di controllo democratico, che non avrebbero dovuto consentire mai la compravendita di senatori nelle immediatezze di un voto di fiducia in favore di un Governo eletto dai cittadini attraverso la libera partecipazione popolare.
Purtroppo, la nostra democrazia, benché nata dalla lotta partigiana e fondata su valori, che ci invidia il mondo intero, ha dimostrato di presentare dei limiti, per cui la vicenda berlusconiana è solo il più ridondante dei vulnus del nostro apparato istituzionale, ma probabilmente non è l’unico.
È ovvio che il conflitto di interessi ha rappresentato, infatti, il principale fattore di inquinamento della vita democratica nel ventennio appena trascorso, dato che la grande stampa nazionale, che avrebbe dovuto denunciare e prevenire fatti di una simile gravità, si è mossa molto lentamente, consentendo perciò che si consumasse un mero rito di natura mercantile intorno a vicende, invece, che dovrebbero essere accompagnate dalla consapevolezza della sacralità dell’idea di Bene pubblico.
È opportuno, ora, però guardare in avanti, visto che i fatti, appurati dai giudici, non determineranno neanche la carcerazione per i due condannati, per effetto della prossima prescrizione.
È d’uopo immaginare il funzionamento corretto, da un punto di vista penale e morale, della nostra Repubblica, quando, nei prossimi mesi, il Parlamento dovrà assumere decisioni essenziali per la vita pubblica: è lapalissiano, infatti, che la crisi greca non potrà non generare effetti, finanche, sul nostro Paese, per cui solo parlamentari, effettivamente liberi nella loro coscienza, potranno assumere comportamenti, che siano in linea con il momento storico e con il contesto di relazioni internazionali, che va sempre più complicandosi.
Infine, non possiamo non auspicare che la nuova classe dirigente della Repubblica italiana, nata dalle elezioni politiche del 2013, sia all’altezza del gravoso compito, visto che ad essere ben più deleteri di Berlusconi sarebbero solamente gli effetti in contumacia del berlusconismo, che egli ha saputo seminare a piene mani tanto a Destra, quanto a Sinistra.

Rosario Pesce