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Bersani e Renzi: una diversità antropologica

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Ieri sera, Bersani è stato ospite della trasmissione, che va in onda di consueto il martedì su La7, nel corso della quale ha avuto modo di illustrare la piattaforma politica della minoranza del PD, che è – come è noto – ben diversa da quella della maggioranza del partito, a guida renziana.
Senza voler entrare nel merito delle obiezioni, che in gran parte già conosciamo sulla riforma della legge elettorale e su quella costituzionale, che peraltro condividiamo in larga misura, non si può non notare come fra l’ex-Segretario Nazionale del PD e quello attuale, nonché Presidente del Consiglio, esiste una legittima differenza culturale, che va ben oltre finanche il mero dato anagrafico, che vede il successore più giovane di circa venti anni rispetto al predecessore.
Bersani è, certamente, un uomo che privilegia la riflessione ed il compromesso, concepito prima come mediazione culturale e, poi, come pratica concreta per addivenire ad un accordo con la controparte; Renzi, invece, è (o vuole apparire?) decisionista, per cui, come nel caso della polemica con le minoranze parlamentari sulla questione dell’approvazione, in prima lettura, della riforma costituzionale, egli non accetta diktat da chi si trova in una condizione di debolezza in Parlamento e dice – in privato, come in pubblico – che intende tirare dritto per la sua strada, senza farsi condizionare da questo o da quell’avversario.
Essi rappresentano due visioni della democrazia ben diverse fra loro, ma in qualche modo complementari, visto che il parossismo dell’una e dell’altra porta – inevitabilmente – a delle patologie, che diventa poi difficile curare, rimanendo nel percorso istituzionale legittimo di un sistema democratico di tipo parlamentare.
L’atteggiamento, culturale prima ancora che strategico, di Bersani può confondersi facilmente con la debolezza, per cui un leader, che incede troppo nel valutare le giuste ragioni dell’altro, può sembrare ai suoi stessi collaboratori come incapace di procedere in un agone nel quale, invece, trionfano il cinismo e l’opportunismo.
Invece, l’altro, che mira a dare di sé l’immagine del decisionista, che agisce prontamente contro qualsiasi tentativo di bloccare il processo di attuazione della decisione, può apparire come tentato da mire leaderistiche, che sono obiettivamente in contraddizione con un’idea di democrazia, che aspiri a prendere nell’opportuna considerazione le ragioni degli altri, le quali – certo – non possono essere trascurate deliberatamente, a meno che non si voglia aprire un varco in favore di una degenerazione pericolosa dell’iter istituzionale più corretto e virtuoso.
La diversità filosofica fra l’opzione del decisionismo e quella dell’assemblearismo ha attraversato decenni di speculazione intorno alle forme concrete della democrazia, per cui, tuttora, nessun teorico del diritto, né della filosofia della politica ha avuto modo di dire, in termini strettamente scientifici, quale dei due approcci giovi maggiormente alla vita democratica o, meglio, arrechi un minor numero di danni. La democrazia non è, infatti, un modello unico ed universale, sempre valido a prescindere dalle contingenze e dalle situazioni di fatto, che si vengono a creare: parimenti, non esiste un prototipo di leader, che possa valere per ogni stagione della vita. Quelli di Bersani e Renzi sono due ideal-tipi di leader, che, nel corso del Novecento, hanno affollato l’agone istituzionale italiano ed europeo, anche se non sempre con grandissimi risultati, visto che l’apparente debolezza, incarnata dal primo modello, rischia di pregiudicare la leadership di chi incede fin troppo nel dialogo e nella mediazione, mentre il decisionismo dell’altro può mettere in pericolo l’essenza stessa dell’interlocuzione democratica, che si fonda, innanzitutto, sul rispetto delle minoranze e di chi è portatore di tesi – almeno apparentemente – suffragate da un minore consenso, tanto nelle Aule parlamentari, quanto nella società e fra la pubblica opinione.
Noi, che crediamo in un progetto di segno progressista di trasformazione dello Stato e della comunità nazionale, non possiamo non ritenere che, forse, il giusto modello di leader sarebbe quello che, in forma ibrida, coglie gli aspetti migliori dell’uno e dell’altro, ben sapendo che, però, agli inizi del XXI secolo, i concetti di Destra e di Sinistra andrebbero rifondati e rivisti ed, in funzione di ciò, dovrebbero essere rideclinate le nozioni di leaderismo ed assemblearismo, che tornano nella loro stridente antitesi originaria in ogni momento di grave crisi istituzionale, come nella fattispecie odierna.
Sarà possibile, per il PD e per il Centro-Sinistra italiano, avere un leader, che risponda alle istanze di un perfetto ibrido fra il prototipo antropologico, offerto da Bersani, e quello proposto dall’attuale Premier?
In attesa che si risolva il quesito annoso, non possiamo non incedere nell’analizzare un processo, che ci interessa, prima, nella dimensione di psicologi e, poi, in quella di osservatori politici stricto sensu.