Basta un SI, referendum Costituzionale: o il Sì o la “Salerno-Reggio Calabria”

Basta un SI – Quanto voteremo il 4 dicembre è la necessaria conseguenza di 30 anni di buone intenzioni mai realizzate ed essendo la via per l’Inferno “lastricata di buone intenzioni”, si comprende perché è diventato improrogabile riformare la Costituzione, per concludere questa “Salerno – Reggio Calabria” della politica italiana e, finalmente, iniziare a viaggiare, senza code o incidenti.

Talmente necessario che Giorgio Napolitano accettò di essere eletto, una seconda volta, alla Presidenza della Repubblica, solo a condizione che il suo sacrificio portasse alla riforma di quella Costituzione da tutti giudicata bellissima ma, oramai, testimone di tempi troppo lontani da quelli che stiamo vivendo e da quelli che l’Italia deve ancora vivere.

Quando si scrisse, la Costituzione fu concepita per parti separate, proprio perché fosse chiara la distinzione tra i principi destinati ad restare immortali e quelle norme, invece, che dovevano essere figlie dei tempi, che dovevano assicurare la governabilità del Paese, che dei principi assoluti, dovevano solo rispettare lo spirito ma non incarnarlo. Quella che voteremo il 4 dicembre è una proposta di riforma esclusivamente di questa seconda parte.

Basta un SI, ecco perchè votare si al referendum Costituzionale del 4 dicembre.

Resteranno immutati i Principi Fondamentali (dall’art. 1 a 12), quelli sui Diritti e sui Doveri (dall’art.13 al 54), quelli sui poteri del Primo Ministro, del Presidente della Repubblica, della Magistratura (dall’art. 83 al 113). Cosa cambia allora? Solo quello che tutti, da 30 anni, da sinistra a destra, passando per la CGIL, hanno sempre detto di voler e dover cambiare, senza farlo. Soprattutto, potremo modificare quello che Benedetto Croce, Piero Calamandrei, Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, già nel ’47, consideravano incongruo per una efficace amministrazione dello Stato.

Il 4 dicembre, votando Sì, potremo cambiare le regole che ci rendono unici ed inefficienti rispetto ai maggiori governi occidentali e che hanno alimentato il potere dei “partiti in cerca di potere” ed il loro “consociativismo”. Che cos’è? E’ quell’insieme di regole non-scritte attraverso le quali, da 70 anni, tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, hanno potuto dividersi frammenti di potere, in funzione della propria capacità di ricatto politico. Realizzando lo stallo economico, sociale, antropologico in cui siamo caduti.

Una grande “botta” al sistema, la ottenemmo già col referendum del ’94, quando togliemmo alla partitocrazia la risorsa del sistema proporzionale, e ricordo che anche in quel momento, tutti gli uomini interessati alla gestione del “potere per il potere”, a mantenere l’impossibilità di individuare la responsabilità delle scelte chiedevano si votasse No.

Ma non è bastato, perché arrivati in Parlamento, la necessità di avere un accordo perfetto tra Camera e Senato, ha ancora consentito a tanti professionisti della politica di ritagliarsi spazi di potere, spesso personale, minacciando o realizzando rallentamenti dell’iter legislativo. Così, il tempo medio di approvazione di una legge ordinaria in Italia, proprio per il “ping pong” tra Camera e Senato, la confusione nelle competenze Stato/Regioni, il diffuso potere di veto, è da record: 504 giorni. Una eternità, trasportandone gli effetti nella vita “normale”.

Ogni categoria della democrazia, non ha tra i suoi valori la “bellezza”, questa, al massimo, è una conseguenza, come ogni sintesi di un comunità libera, non può essere l’obbiettivo. In una comunità democratica, ognuno è chiamato a rinunciare a parte delle sue aspettative per contribuire al “bene comune”. Scegliere il buono continuando a perseguire l’ottimo è il senso del fare politica, non certo estasiarsi continuando a pretendere “il preferito”. Per questo, nessuna angoscia se la nuova riforma non ci dovesse “piacere”.si-referendum

Essendo prodotto della democrazia, il suo obbiettivo e il nostro dovere, è altro: contribuire ad una migliore governabilità democratica di un paese moderno. E’ questo, questa riforma, può farlo. Perché interviene accrescendo la semplicità amministrativa, definendo le competenze istituzionali, aumentando le garanzie per le minoranze, tagliando i costi superflui, offrendo un modello di governo, non migliore o peggiore, semplicemente il più utile, in questo momento, a questo paese, per il suo futuro. Dopo tanta demagogia utile per sempre, a poche persone.

Votare Si al nuovo referendum, impone solo una difficoltà, per molti troppo aspra: aver voglia di cambiare ma non a parole.

a cura di Mario Pagliaro