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La strategia renziana | Nessuna divisione nel Pd

Partito Democratico

PD – La strategia renziana è chiara a tutti: evitare che il PD possa dividersi sul nome del prossimo candidato alla Presidenza della Repubblica, allo scopo di non perdere pezzi per strada, che potrebbero – altrimenti – mettere in dubbio l’esistenza dello stesso Governo odierno.
Per raggiungere un simile obiettivo, egli si è assicurato un rapporto privilegiato con Forza Italia: è evidente che, al di là dei tatticismi, Renzi non può eleggere il futuro inquilino del Quirinale senza i voti di Berlusconi, visto che il Dicastero, che guida, può andare avanti nel suo sforzo riformatore solo grazie al consenso del partito del Cavaliere, che – pur non essendo, formalmente, parte integrante della maggioranza – garantisce al Presidente del Consiglio i numeri necessari per varare la riforma della legge elettorale e quella della Costituzione, secondo gli accordi assunti – sciaguratamente – dodici mesi or sono al Nazareno.
È evidente che la minoranza democratica aspiri ad altro, rendendo il ruolo di Berlusconi il meno determinante possibile nella formulazione dell’ipotesi presidenziale da perseguire, possibilmente sin dalla prima votazione, che si svolgerà il 29 gennaio.

A tale scopo, la minoranza ex-diessina non ha definito un nome univoco da sostenere nelle prossime settimane, ma molto diligentemente attende che Renzi faccia il suo, ben sapendo che qualsiasi personalità, proposta dal Premier, è stata – certamente – condivisa con Forza Italia.
Pertanto, contrariamente a due anni fa, quando Bersani si intestardì nell’elezione di Prodi, facendo il suo nome, quando era ancora troppo prematuro, questa volta il ventaglio di nominativi, graditi alla componente bersaniana ed ex-diessina del PD, è molto più ampio, perché comprende – al di là del Prof. di Bologna – anche Giuliano Amato, oltreché Mattarella, la cui forza però appare molto precaria, dato che, in primis, non piace al mondo cattolico, da cui pure proviene.
La terna appare ragionevole, dal momento che le tre personalità, cui si è fatto riferimento, sia nel corso di incontri pubblici, che privati, rispondono ad altrettanti profili, tutti comunque coerenti con quello, auspicabilmente, del prossimo Presidente della Repubblica.
Mattarella, infatti, rappresenta invero la parte migliore e più progredita del mondo cattolico democratico: d’altronde, egli è stato sempre ai vertici della DC e della Margherita, per cui la sua candidatura, avanzata dalla Sinistra, potrebbe essere impallinata, solo se gli stessi Cattolici – di Destra, come di Sinistra – dovessero non votarlo.
Giuliano Amato, invece, è la risorsa per definizione della Prima, come della Seconda Repubblica: quando non si riesce a giungere ad un utile compromesso fra formazioni molto dissimili fra loro, il suo nome riemerge, in quanto, vista la fulgida carriera politica, all’interno del PSI e dei DS, egli può agevolmente porsi come interlocutore idoneo sia nel difficile dialogo con Berlusconi, che in quello con il PD.
Forse, ha un sol grande difetto, che può fargli alienare le simpatie del Presidente del Consiglio: è fin troppo autorevole ed autonomo, perché – in futuro – possa prendere ordini da Palazzo Chigi, per cui è ovvio che la sua eventuale elezione non garantirebbe, invero, Renzi dalle insidie molteplici del dibattito parlamentare in materia sia di legge elettorale, che di revisione della Costituzione.
Prodi, infine, non ha invero bisogno di presentazioni: di tutti i nomi, finora avanzati, è quello maggiormente gradito a chi scrive, ma egli stesso sa bene che – dopo il fallimento del 2013, quando la sua candidatura fu troppo rapidamente messa a giro ed, altrettanto celermente, abbandonata, per effetto dell’azione dei franchi tiratori – è notevolmente svantaggiato rispetto ad altri nella corsa per il Quirinale, visto che l’elezione delle prossime settimane appare come il secondo tempo della medesima partita, di cui l’elezione del 2013 costituì la prima frazione di gioco, conclusa con largo anticipo, dato l’esito imprevisto che si realizzò con la rielezione, alla quarta votazione, di Napolitano per un periodo, meramente, transitorio.
Come ha scritto Gotor, importante rappresentante della componente bersaniana, non potendo ipotizzare nomi, che abbiano serie chance di successo nella competizione quirinalizia, ci limitiamo ad auspicare che il successore di Napolitano abbia medesima autorevolezza, altrettanto prestigio internazionale ed analoga – se non maggiore – autonomia del Capo di Stato uscente, che – nel corso degli ultimi nove anni – ha retto le sorti della Repubblica, mostrando competenze davvero non comuni.
Sarà questo il profilo del futuro inquilino del Quirinale?
O, forse, si cercherà una figura meno autorevole, che si pensa e si spera, poi, di poter controllare e guidare nei comportamenti concreti del prossimo settennato presidenziale?

Rosario Pesce