Home Spettacoli Stephen King tra Edgar Allan Poe e Stanley Kubrick

Stephen King tra Edgar Allan Poe e Stanley Kubrick

Sono le 03:00 del mattino. Il telefono di casa King squilla risuonando, nelle tenebre addolcite dai lievi respiri del sonno, come l’urlo disperato di un lupo perso tra i boschi, sulle montagne del Maine.

– Pronto?
– Tu credi in Dio?
– No.
– Lo sapevo.

Il rapporto tra Stephen King e Stanley Kubrick è sempre stato particolare, fin da subito. È chiaro che stiamo parlando di “Shining“, l’unica trasposizione cinematografica del grande regista di un’opera di King.

La telefonata l’ha raccontata lo scrittore in persona, in una delle sue interviste. Interviste nelle quali non ha mai avuto buone parole per la sceneggiatura del film, arrivando a dichiarare che “Shining è come una bella Cadillac senza motore, ci si può sedere e si può godere dell’odore del rivestimento in pelle: l’unica cosa che non si può fare è guidare.” A leggere il romanzo, si stenta a dargli torto.

La storia che tratteggia King è molto più approfondita del film e l’impressione non è affatto che la scelta di Kubrick di cambiare un bel po’ di cose sia dovuta a ragioni narrative, ma a un’intenzione totalmente diversa. Lo scrittore del Maine ha dichiarato, innanzitutto, che nella pellicola “Jack è pazzo fin da subito” e che “Wendy non fa altro che urlare ed essere stupida”, meritandosi a pieno titolo la nomina di “personaggio più misogino della storia del cinema”. Ed è vero. Al di là delle prove attoriali qualitativamente eccelse – Nicholson e Duvall hanno dimostrato entrambi di essere interpreti più che ottimi – è comprensibile che l’autore di questa storia da incubo non ne sia soddisfatto.

E non per un capriccio. King in Shining c’ha messo tanto: l’alcolismo, i rapporti famigliari moglie/marito, padre/madre, madre/figlio, padre/figlio, andando anche a ritroso e quindi scandagliando possibili derive psicologiche da ricercare in classiche istanze freudiane come “che genitore sono in base a che genitori ho avuto”.

Insomma, non questioni da poco. Anche perché molti aspetti li ha vissuti sulla propria pelle, come la dipendenza da alcool e droga – nel libro si parla solo di alcool, ma la condizione psicologica è simile – e il rapporto padre/figlio sempre problematico nei libri di King perché abbandonato dal genitore quand’era ancora in tenerissima età.

Se a tutto questo aggiungiamo anche i riferimenti letterari colti, tra cui “Il castello di Otranto” di Walpol e “La maschera rossa” di Poe ecco che, in controluce, non si fatica a intravedere quella Cadillac senza motore di cui parlavamo prima in riferimento alla versione cinematografica di Kubrick. “Giù la maschera a mezzanotte!” è una citazione ricorrente nel romanzo e spesso s’inserisce in quei flussi di coscienza che accompagnano le allucinazioni di Dany ma che caratterizzano l’intera prosa dello scrittore.

E il riferimento al racconto di Poe non è casuale perché King lavora di metafore ma il senso è quello: che siano reali o no i fantasmi dell’hotel, quello che conta non è tanto l’aspetto fantastico ma quello terreno dell’uomo che se sotto pressione, insoddisfatto, frustrato e infelice può facilmente impazzire. Sembra paradossale dirlo, ma Shining – se si prendono per buone le similitudini – è un libro umanamente possibile. È chiaro: non siepi che prendono vita, non cadaveri che ti strangolano, non spettri con insoliti costumi da cane ma un semplice e diagnosticabilissimo esaurimento nervoso. Bene, tutto questo nel film di Kubrick non si vede affatto.

È come se avesse girato solo l’intreccio principale e dovesse ancora aggiungervi, in fase di montaggio, le scene dei flashback che servono a conoscere le storie dei personaggi per capirne le azioni. Perché paradossalmente alcune cose ci sono, come il leggero fastidio (dovuto a una piccola gelosia) che Wendy prova per la chiara predilezione di Danny per il padre. Ma perché? Nel romanzo lo spiega bene, nel film sembra quasi non debba importare allo spettatore.

E questo perché pare che il regista si sia servito del libro per trasferire quella storia in un’altra simbologia, più utile al suo messaggio che a quello di King. C’è chi parla dell’ammissione subliminale di Kubrick di aver girato il filmato del primo uomo sulla Luna, chi allude a una metafora del genocidio degli indiani d’America, chi si esibisce in mirabolanti teorie spazio-storico-temporali per quanto riguarda la foto su cui pone l’accento l’ultima, lentissima carrellata. Insomma, tutto tranne i temi sviscerati dallo scrittore del Maine. Che poi il finale sia diverso … quella forse è la cosa più insignificante.

Fortunatamente esiste l’onestà intellettuale ed è per questo che King, nonostante tutto, nel suo saggio “Danse Macabre” ha inserito “Shining” nella classifica dei migliori film horror della storia del cinema, per aver apportato grandi innovazioni dal punto di vista tecnico ed estetico. #a cura di Francesco Teselli
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