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Sanità, in attesa del ‘Patto della Salute’, gli Ospedali provano ad ottimizzare le risorse disponibili

In attesa del patto della salute che doveva essere sottoscritto entro la fine di marzo 2019, le aziende ospedaliere mostrano di essere impegnate a sviluppare nuovi percorsi organizzativi integrati con l’obiettivo di razionalizzare le risorse presenti sul territorio e rispondere con maggiore efficacia al bisogno di salute della popolazione.

E’ di qualche settimana la notizia che anche in Toscana, che è all’ottavo posto nella graduatoria delle regioni che godono le realtà sanitarie migliori, insieme alle Marche, Veneto e Umbria, i pronto soccorso sono in affanno, in grave sofferenza di organico, sia per il personale medico che per quello infermieristico.

La Toscana, intanto, ha avviato misure straordinarie finalizzate a reperire personale medico (circa 147 unità) per il sistema di “emergenza urgenza regionale”, nonché al riconoscimento del valore dell’impegno del personale addetto ai pronto soccorso regionali in relazione alle attuali carenze di organico. Si è pensato, .infatti, all’indizione di concorsi per Medicina interna ( ed equipollenti) con clausola di assegnazione temporanea al PS, nonché alla realizzazione di un percorso formativo regionale “sul lavoro” da effettuarsi presso i servizi del sistema regionale dell’emergenza-urgenza, rivolto ai laureati under 35 senza specializzazione, facendo anche ricorso a una pubblica selezione per il conferimento di incarichi a tempo determinato, con un contratto libero professionale di formazione e lavoro, il cui percorso formativo dovrebbe avere la durata di due anni.

La decisione della Toscana è molto significativa ed induce a riflettere e a cercare di costruire, a livello territoriale, un po’ dovunque, l’integrazione tra i servizi, per garantire la continuità assistenziale in tutto il percorso del paziente e lavorare di più nella fase dell’integrazione ospedale- territorio.

La domanda che ci poniamo è : Se problemi si riscontrano in Toscana che cosa accade nelle regioni del Sud in cui, secondo i dati forniti dall’agenzia di rilevazione Demoskopika si registrano sistemi sanitari, definiti “malati”: Campania, Sardegna, Calabria, Sicilia e Molise (ai quali viene attribuita una valutazione che va da 395,5 punti per giungere a 309,9 (quella del Molise) ai quali si aggiunge il gruppo delle regioni “influenzate” (cioè non proprio sane, ma neanche malate gravi) come Puglia (494,8 punti), e Basilicata (405,8 punti)? Una situazione questa che riguarda buona parte di tutto il nostro paese e che rischia di divenire un emergenza nazionale.

Orbene c’è larga consapevolezza che, a distanza di circa 20 anni dall’istituzione del sistema di emergenza ed urgenza, si registrano, accanto ai buoni risultati, purtroppo elementi di criticità come quelli più sopra descritti che inducono a una riflessione sul servizio per renderlo più efficiente e omogeneo. In questi ultimi anni, in verità, si è fatto molto per cercare di costruire l’integrazione tra i servizi, per garantire la continuità assistenziale in tutto il percorso del paziente e occorre ancora lavorare nella fase dell’integrazione ospedale-territorio. Ma i risultati non sono stati omogenei!

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Su tutto il territorio nazionale si assistendo , infatti, negli ultimi anni,, a un costante e progressivo incremento degli accessi ai pronto soccorso e ai DEA, che ha determinato un sovraffollamento dell’area di emergenza-urgenza intraospedaliera con disagi e disservizi anche a pazienti che necessitano, in tempi rapidi, di prestazioni polispecialistiche tipicamente ospedaliere. Il significativo afflusso di utenza riguarda sostanzialmente le patologie di media-bassa criticità clinica, che spesso possono trovare un’adeguata e migliore risposta clinico-assistenziale nell’ambito della rete dei servizi di cure primarie, se adeguatamente strutturata.

Tale fenomeno, che si rileva anche per i servizi cui il cittadino accede telefonicamente (numero 118), determina un ricorso improprio a strutture e servizi che devono essere riservati alle situazioni o condizioni di reale emergenza. Il ricorso inappropriato ai servizi di pronto soccorso ha diverse motivazioni, di cui la più importante è la percezione del cittadino di un bisogno immediato in relazione a prestazioni non differibili ma non urgenti. Tale percezione sarebbe molto minore se il cittadino si sentisse accolto all’interno di una rete di assistenza primaria in grado di anticipare e/o intercettare il suo bisogno considerato non differibile. Ma tutto ciò soprattutto al sud non accade.

Il ricorso inappropriato ai servizi di pronto soccorso ha diverse motivazioni: carenza di organico e di strutture sanitarie, carenza di finanziamenti sufficienti, ed è soprattutto la percezione del cittadino di un bisogno immediato in relazione a prestazioni non differibili ma non urgenti. Quel che occorre, suggeriscono gli esperti e studiosi del settore, è sviluppare, nell’ambito dell’assistenza ospedaliera, nuovi percorsi organizzativi integrati con l’obiettivo di ridurre gli accessi impropri, e sollecitare le ASL a razionalizzare le risorse presenti sul territorio e rispondere con maggiore efficacia al bisogno di salute della popolazione, contribuendo così a risolvere non pochi problemi per il Pronto soccorso.

Il Ministero della salute da parte sua ha deciso di istituire un gruppo di lavoro presso la Direzione generale della programmazione sanitaria, con il compito di lavorare sul tema del sovraffollamento nei Pronto Soccorso. Intanto qualche azienda ospedaliera, come l’Azienda universitaria Maggiore della Carità di Novara, ha deciso di accogliere pazienti giunti in ospedale in pronto soccorso, separando all’interno del proprio servizio di emergenza sanitaria, i seguenti percorsi clinico-assistenziali con relativa distinzione del personale sanitario: Pronto Soccorso medico, chirurgico e traumatologico per adulti; Pronto soccorso medico, chirurgico e traumatologico per bambini; Pronto soccorso ostetrico, indicandone la sede e i padiglioni all’interno della struttura ospedaliera.

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Una scelta questa adottata direttamente da una azienda ospedaliera di buon livello che va in direzione del lavoro che si accingono a portare aventi Ministero e Regioni con l’obiettivo di riorganizzare il sistema. In attesa di provvedimenti generali del Ministero della Salute anche l’Azienda ospedaliera S. Giuseppe Moscati di Avellino ha inteso di dare un proprio contributo positivo al sistema dell’emergenza-urgenza nella nostra provincia, con azioni mirate proprio al Servizio di Pronto soccorso istituendo all’interno dello stesso il Pronto soccorso ortopedico che è diretto dal Prof. Medici e affidato alla sua esperta equipe. Il pronto soccorso ortopedico ha indubbiamente portato risultati positivi. Una mia personale diretta esperienza recentissima presso l’Azienda ospedaliera di Avellino mi ha permesso di constatare i positivi risultati della istituzione di un percorso clinico-ortopedico separato all’interno del Pronto Soccorso che è destinato a rispondere con maggiore efficacia al bisogno di salute del cittadino nella particolare condizione di paziente infortunato.

A cura di Avv. Antonio Battista