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Referendum tra politica low cost e prebende, più in basso andiamo e più dolorosa è la caduta.

Nelle realtà democratiche di tutto il mondo, dico quelle che fanno della serietà e della funzionalità un motivo di orgoglio e vanto, esiste un rapporto tra eletti ed elettori tale da rendere trasparente ogni atto o fatto. E non è aliena la domanda comune di quanto e come lavorino i rappresentanti,  di quali supporti essi possano servirsi, e addirittura di quali benefits essi usufruiscono per il loro lavoro. Cosa ben diversa ci si chiede nel nostro paese, dove la domanda unica e ossessiva è sempre: “…ma i parlamentari non guadagnano troppo per quello che fanno?…”, domanda retorica a cui si risponde con un laconico: “…ma lavorano?…”. Credo sia doveroso capire che il dato ineluttabile è che la politica, qualunque essa sia, necessita di denaro per sostenersi, ma il livello di costo per il nostro sistema è evidentemente esagerato, forse troppo. Però bisogna dire che, in un certo senso, i costi della politica sono anche una sorta di circuito economico e sociale che fa girare il sistema, si pensi alle mazzette che fanno da base per l’avvio delle opere pubbliche, che danno lavoro; così come molte “amicizie” permettono l’apertura di attività e il marketing di molti eventi altrimenti invisibili. Ma quanto siamo, politicamente parlando, diversi dalle altre realtà mondiali? Di sicuro il solo confronto con le realtà parlamentari della sola Unione Europea da la misura esatta delle disparità tra i costi e le effettive ricadute di una attività politica, che ci distanzia dai francesi o dagli inglesi.

Quello che per molti versi indigna, anche se non promuove una reale “rivoluzione”, è  la retribuzione/stipendio del singolo deputato o senatore e ciò che la sua funzione o carica costa, in termini di servizi e spese indirette, alla collettività. Di sicuro, in senso storico, siamo certamente quelli che hanno macellato, in costi della politica, il più alto quoziente del PIL prodotto dalla nazione, e continuiamo a farlo con una sorta di disinteresse che diventa “sollevazione di tastiere” solo nei casi di evidenti storture; e a poco sono serviti gli scandali degli anni ’90 e le epiche lotte dei vari Pool nei tribunali italiani. Resta sempre e comunque una controriforma della politica che ha successivamente ricostruito il sistema di prebende che sentenze, referendum e decreti vari hanno provato a limitare; così come la pesantissima eredità dei “vitalizi” continua, imperterrita, a devastare le casse dell’INPS, con risvolti tragicomici nelle aule dei TAR, dove la rendita vitalizia si trasforma giuridicamente in un “diritto quesito” solo per i ricorrenti, mentre un povero cittadino con uno stesso tipo di diritto si vede decurtato il trattamento o addirittura procrastinata l’età pensionabile.

Ma lo stesso paragone con le altre realtà parlamentari, continentali e mondiali, pone il fianco a dubbi ed a margini di imperfezione. Se pensiamo, dunque, al valore aggiunto che un parlamentare dà al paese, in termini di valore del suo operato, di quanto bisognerebbe stimare il suo compenso? O meglio: se un parlamentare fa il suo dovere, quanto dovrebbe essergli riconosciuto? Se partiamo da una valutazione oggettiva finiremo con l’amplificare il caos, perché l’attività parlamentare non è una attività professionale che comporta una serialità di azioni, quanto una serie di iniziative e di proposte che spesso non si possono legare a delle performances misurabili. Di certo sarebbe utile qualificare l’attività e valutarne il lavoro sulla base del “benessere” prodotto, ma questa strada non è comunque misurabile. Allora l’alternativa è quella di considerare un livello di costo dei nostri rappresentanti che si possa considerare giusto, equo ed accettabile dal punto di vista del cittadino che è contribuente e fruitore del risultato. C’è poi il risvolto della medaglia, ovvero quella ondata periodica e devastante che è l’antipolitica, uno tsunami di frasi fatte e ricorrenti da parte di chi, spesso, è esso stesso parte del sistema e dunque una sorte di peccatore che va in giro fustigandosi in un autodafé – sorta di autodenuncia – che mette in rilievo il solo aspetto di necessità di accrescimento del proprio bacino politico.

La stessa operazione “referendum costituzionale”, portata avanti come attività anti costi, in verità sta avendo dei costi, che servono per suffragare una sorta di baluardo ideale contro una politica sprecona e mangia soldi, idealità portata avanti proprio da coloro i quali da questa azione ne vorrebbero trarre i vantaggi maggiori, politici la cui sete di “rottamazione” fa fare svarioni poco rassicuranti. Gli errori che mi permetto di sottolineare sono diversi, ma vorrei sottolineare come si sia usata una propaganda che è stata male impostata, avendo spostato il merito dal diritto alla figura che propone la tornata, e malissimo portata avanti, non è pensabile utilizzare lo specchio delle allodole della cancellazione del CNEL e far passare in quarto piano le contraddizioni di un Senato delle regioni che rappresenta regioni ormai svilite da quei poteri che il referendum del 2001 aveva conferito.

Mi permetto di esprimere un pensiero personale, ovvero che la scure dei tagli promessi, in termini economici e di parlamentari, finirà col dare energia ad una rincorsa demagogica a più tagli, che a sua volta innescherà non una maggiore qualità della moralità parlamentare e dei risultati legislativi, quanto un riduzione fatale della qualità dei rappresentati e delle loro assise, fino al governo centrale. Al netto di quanto definiva lo Statuto Albertino, all’articolo 50, oggi è inconcepibile una attività parlamentare senza costi, e senza gratificazioni, e seppure vi fosse un margine per una tale “gratuità”, il risultato sarebbe il costituirsi di un parlamento di avventurieri, ovvero fatto da individui la cui cultura sarebbe anche alta, ma la cui propensione ad obbedire ciecamente in cambio dello scranno sarebbe un siluro nucleare che affonda l’intera barchetta.

In conclusione, credo che il percorso di voler abbattere significativamente i costi della politica è un viatico doveroso, ma stiamo attenti a non considerarlo un imperativo al ribasso; volere una democrazia parlamentare sinergica e funzionale è una utopia perseguibile, che una camera dei rappresentanti di alto livello qualitativo è un obiettivo raggiungibile, ma stiamo attenti alla strada che abbiamo imboccato – che nel caso di talune formazioni politiche è troppo squalificata – che è decisamente quella che non porterà nulla di buono. Per il resto l’invito è quello di essere vigili.

Dott. Antonio Ansalone