Pino Daniele, due anni fa moriva la voce simbolo di Napoli

Pino Daniele

II secondo anniversario della morte di Pino Daniele rappresenta un momento importante di riflessione in memoria di un artista, che ha dato tantissimo alla musica italiana, portandola ad un rinnovamento, che, nel suo periodo storico, non ha pari.
Mettere insieme, come lui fece, la tradizione melodica napoletana ed italiana con il blues, importato dagli Usa nel secondo Dopoguerra, è stata opera, a dir poco, prodigiosa.

Oggi, molti ricordano Pino Daniele per i brani della seconda parte della sua sterminata produzione discografica, ma i suoi classici degli anni ’80 e dei primi anni Novanta rappresentano delle autentiche opere d’arte per freschezza, capacità di innovazione del linguaggio musicale e ventata riformatrice, anche, rispetto alla cultura napoletana, di cui è figlio.

Pino Daniele è stato, a modo suo, un simbolo di Napoli, ma fuori da quell’oleografia, che talora ha segnato, negativamente, gli artisti provenienti dalla nostra capitale del Mezzogiorno d’Italia.
È stato il campione della “fusion”, ha messo insieme generi e stili musicali diversi, così come, nel corso dei suoi concerti, invitava esponenti molto differenti fra di loro della musica leggera e rock italiana e straniera.

È stato una spugna, come lo siamo – in modo unico – noi Napoletani: capace di assorbire da tutti, di “rubare” il mestiere a qualsiasi artista più famoso di lui, ma al tempo stesso in grado di rielaborare, in maniera originalissima, gli insegnamenti ricevuti.
Forse, nella seconda fase della sua esistenza e della carriera, ha ceduto alle tentazioni del mercato, perdendo un po’ di quello smalto, che lo ha segnato nella produzione dei suoi primi capolavori, ma si sa bene che i grandi artisti vanno perdonati, finanche quando hanno perso parte della loro verve creativa, perché verso un’icona non si può non essere generosi.

Ha avuto, inoltre, un’altra grande capacità: quella di identificarsi con Napoli, ma di non essere mai solo unicamente sovrapponibile alla città partenopea. È divenuto, nel tempo, a modo suo cittadino del mondo, visto che il suo essere apolide lo portava ad identificarsi, di volta in volta, con mondi diversi, senza esserne però copia perfetta di nessuno di questi.

Ha nobilitato, con sé, un’intera generazione di altri artisti di origine partenopea: tuttora, molti ricordano il gruppo “Napoli Centrale”, perché lui ne era l’artista più in vista, così come il sodalizio, artistico ed amicale, con Troisi ha contributo, in modo notevole, affinché la morte prematura non determinasse l’oblio temuto dell’attore di San Giorgio a Cremano.

Oggi, Napoli è la città di Eduardo, dei poeti e degli artisti della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento, ma è anche la città di Pino Daniele, del cantante che, cioè, meglio di altri ha messo in versi il dramma di un popolo intero, vittima di luoghi comuni che mortificano la storia nobilissima di una terra, che ha avuto un primato – politico e culturale – straordinario fino alla fine del XIX secolo.

Oggi, chi canta le canzoni di Pino Daniele, in qualche modo ricorda, a sé ed agli altri, la grandezza di quel mondo, ma non la mitizza, rendendola semplice macchietta. Piuttosto, la esalta, perché evidenzia una traccia unica della grandezza della cultura partenopea: il sincretismo, quella stessa virtù, cioè, che da Federico II di Svevia a Carlo III di Borbone, da Boccaccio ai De Filippo, dai Greci agli Arabi, rappresenta il segno inequivocabile di una grandezza, che mai sfiorirà.