Pd, Renzi e la questione della Giustizia

Partito Democratico

Giustizia – Renzi, forse in linea con il Patto del Nazareno, ha ripreso ad attaccare la magistratura, riaccendendo un conflitto fra potere politico e giudiziario, che pensavamo si fosse concluso con la fine del Governo Berlusconi, nell’autunno del 2011.
Invece, i toni del Premier ricordano quelli del Cavaliere, peraltro in un momento delicato – come quello attuale – in cui la magistratura è protagonista di inchieste molto importanti e scottanti, che stanno disvelando il malcostume presente in molti livelli della Pubblica Amministrazione e del ceto politico, locale e nazionale.

Pertanto, un sentimento legittimo di amor di patria richiederebbe che l’Esecutivo non desse inizio ad un contenzioso, foriero solo di sciagure per chi rappresenta lo Stato ai massimi vertici.
Sarebbe opportuno, non a caso, che la riforma del processo civile avvenisse di concerto con le toghe, così come sarebbe auspicabile che il cambiamento di alcuni articoli del Codice Penale si realizzasse dopo aver ascoltato i giudici e non solo d’intesa con il mondo dell’avvocatura.

Peraltro, mai un Dicastero di Centro-Sinistra aveva usato simili toni polemici nella contrapposizione con settori ampi della magistratura, per cui non si può non sospettare – a torto o a ragione – che, nel Patto del Nazareno, sia previsto – anche – l’avvio di una stagione di duro confronto con chi è responsabile dell’azione giudiziaria nel nostro Paese.
Se così fosse, non potrebbe non dispiacere il fatto che il partito del Premier non si differenzi dalle posizioni del Governo, per cui tutti al suo interno – maggioranza e minoranza – forse attratti da altro, dimenticano l’emergenza Giustizia ed il modo, assai discutibile, che Renzi sta usando per risolverla.
Infatti, non è qualche giorno in meno di vacanze per le toghe che può tornare utile per rendere più snello ed efficace il processo civile, amministrativo e quello penale, che – molte volte – sono rallentati da automatismi, che sembrano creati, ad hoc, per non portare il Paese ad una condizione di normalità, finanche, in un settore molto delicato, come questo che inerisce direttamente alla tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi dei cittadini.
Peraltro, diviene obiettivamente difficile ipotizzare di riformare la Giustizia, se dapprima non si riforma la politica.
I fatti di Roma, come quelli di Venezia e Milano, dimostrano largamente che l’azione di controllo e di repressione, da parte dei giudici, non solo è necessaria, ma è auspicabile, perché, senza l’intervento del potere giudiziario, rischierebbero di incrostarsi situazioni di malaffare, che sono deplorevoli sia in vista della difesa dell’interesse comunitario, che della salvaguardia della visibilità dell’Italia nel mondo civile, europeo e nord-americano, dove la Giustizia opera più efficacemente, perché a monte c’è un sentimento di rigore morale, che limita moltissimo la violazione sistematica e continua della legge.
Quindi, sarebbe opportuno che Renzi, fra la riforma della legge elettorale e quella della Costituzione, trovi il tempo necessario per intavolare un rapporto ben diverso con l’intero corpo della magistratura italiana, evitando di cadere nel medesimo errore, nel quale di solito incedono molti politici – inquisiti o condannati – che parlano di magistrati buoni o cattivi, a secondo se vengono assolti o condannati dagli stessi.
Peraltro, il fatto che, all’interno della Magistratura esistano delle correnti, come nei partiti, non delegittima invero l’attività giudiziaria, anche perché il cittadino – in linea di principio – dovrebbe essere garantito dall’esistenza di tre gradi di giudizio, che sono (o dovrebbero essere) più che sufficienti per evitare clamorosi errori, che pure possono verificarsi, visti gli ovvi limiti dell’azione inquirente, dettati a volte da fattori oggettivi ineludibili.
Inoltre, a prescindere dalle assonanze con la propaganda di Berlusconi, non ci piace per definizione un potere politico che polemizza, a giorni alterni, con questa o quella parte della magistratura, perché, se è vero che i giudici devono rilasciare meno interviste e produrre più sentenze, è altrettanto auspicabile che la classe dirigente del nostro Paese deve abbandonarsi meno facilmente ad atteggiamenti narcisi e deve – nel caso del ceto politico – produrre migliori leggi, che non vadano, soprattutto, a garantire i soliti noti con norme, che sembrano costruite, ad hoc, per aggirare procedimenti penali, più o meno importanti.
Almeno, nel settore della Giustizia, il PD renziano – nei prossimi mesi – saprà distinguersi dalla versione meno nobile di Forza Italia, che – negli anni ’90 – strepitava nel momento in cui il suo fondatore veniva colpito, con questo o quell’avviso di garanzia, da quasi tutte le principali Procure italiane?

Rosario Pesce