La scure dei “Derivati” sui conti pubblici italiani

Lo stato Italiano da oltre un ventennio ha stipulato contratti derivati con vari istituti bancari.Tali operazioni avevano lo scopo di preservare lo Stato da perdite finanziarie sui titoli emessi in tempi di congiuntura economica sfavorevole, come la svalutazione della lira. I titoli piu’ frequenti nel portafoglio del Tesoro Italiano sono gli IRS (interest rate swap): questi sono costituiti da un tasso di cambio fisso contro un tasso variabile.

Ad esempio lo Stato si impegna a versare alla banca un interesse annuo del 4 % mentre la banca versera’ al Tesoro quello determinato dall’ Euribor, tasso variabile; se questo e’ superiore al primo ci guadagnera’ lo Stato, in caso contrario la banca. Gli ultimi anni sono risultati negativi per lo Stato Italiano che ha computato ad oggi 23,5 miliardi di euro di perdite (-2,4 nel 2011,  -5,5 nel 2012, -3,5 nel 2013, 5,4 nel 2014, -6,7 nel 2015).

E le prospettive per il futuro sono peggiori in quanto i rendimenti sui derivati, stipulati fino al 2026, ma ci sono alcuni che scadranno nel 2060, non promettono inversione di tendenza. Se il trend dei rendimenti dovesse continuare ad essere negativo si avrebbe in futuro una perdita potenziale per lo Tesoro Italiano di ulteriori 36 miliardi di euro.

Ma non per tutti in Europa e’ andata cosi’. Dalla tabella elaborata dall’Ufficio Statistico Eurostat si evince che nell’anno 2015 se l‘Italia ha un saldo negativo rispetto ai derivati di -3.834 milioni di euro, la Germania lo ha di solo -475, la Grecia di -587,  mentre Francia e Finlandia hanno chiuso con il segno piu’, ed i Paesi Bassi ci hanno addirittura lucrato ricavi per 5.308 milioni di euro. Ma non e’ solo colpa dei tassi di interesse sfavorevole la causa delle cattive performance dei derivati.

Dopo la stipula massiva dei contratti avvenuta da parte di Regioni, Province e Comuni oltre che dallo Stato centrale, ai derivati sono state aggiunte le opzioni, come le swaption. Inserendo ni contratti tali opzioni le banche si riservavano la possibilita’ della riemissione di altri titoli a condizioni piu’ vantaggiose per loro a fronte del pagamento di una somma (cosidetto premio) che agli enti clienti (Stato, Regioni, ecc.) faceva comodo incassare un quel dato momento. Quindi i derivati sono stati modificati e rinegoziati piu’ volte con clausole rivelatesi capestro negli anni.

Ad esempio alla fine del 2011, con Mario Monti che subentro’ al dimissionario Berlusconi in piena crisi finanziaria, il premier di Scelta Civica fu costretto a chiudere il contratto con Morgan Stanley con un esborso per le casse dello Stato di 3,1 miliardi di euro. Tale contratto era stato rinegoziato pochi anni prima. Ed e’ strano che i dirigenti del Tesoro abbiano permesso e sottoscritto tali opzioni senza la dovuta cautela, assumendo un rischio enorme, per il futuro delle casse statali.

In merito la Corte dei Conti ha avviato un’indagine per danni, convocando i vertici del Tesoro. Finora il Tesoro ha sempre negato la visione degli atti a chi ne faceva richiesta. Il giornalista Guido Romeo, fondatore di “Diritto di Sapere” ha fatto istanza di accesso agli atti, senza ottenere risposta. Inoltrata l’istanza, prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, e’ stata respinta. Stessa sorte ha subito la richiesta avanzata dai Cinquestelle.