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La piazza di Landini

La manifestazione di ieri a Roma di Landini e del suo nascente schieramento politico ha rappresentato l’occasione proficua per un momento importante di riflessione, visto che la partecipazione popolare è andata ben oltre il dato, che era possibile ipotizzare alla vigilia immediata. Infatti, per la prima volta in Italia, il principale sindacato (la C.G.I.L.) è stato funzionale, in modo palese, ad un’operazione squisitamente politica, visto che, in quella sede, si è celebrato, di fatto, il battesimo di Coalizione Sociale, cioè il cartello di forze che si propone di occupare lo spazio della Sinistra, lasciato libero dal PD renziano e dalle sue politiche liberiste.

La piazza era piena di Italiani di varia formazione culturale ed estrazione: dagli operai agli studenti, dai pensionati alle partite Iva, dai docenti agli impiegati pubblici, come nella migliore tradizione della Sinistra, che vanta storicamente il suo blocco di forze, a cui ama parlare e rivolgersi, tanto più nei momenti nei quali – come in quello odierno – il sistema istituzionale va in oggettiva difficoltà.

È evidente che l’iniziativa di Landini risponde ad una crisi di rappresentanza, che nel nostro Paese è divenuta drammatica, perché ormai esiste una fetta sempre più ampia di ceti, che sono esclusi del tutto non solo dalla ridistribuzione delle ricchezze, ma soprattutto non partecipano – da tempo – ai riti della democrazia, perché fortemente scoraggiati ed, oltremodo, delusi dagli sviluppi politici degli ultimi anni.

Landini, orbene, in modo molto dignitoso, si propone di farsi corifeo di questo disagio, sapendo bene che il pubblico di Italiani, ai quali si rivolge, è ampio e diffuso in termini di dimensioni numeriche e di stratificazione sociale: i sondaggi, pubblicati prima della manifestazione romana, giungevano a prevedere per il sindacalista della Fiom un consenso variabile fra l’8% ed il 10%, che è certamente un dato straordinario, visto che, l’ultima volta che la Sinistra alternativa raggiunse quote siffatte di gradimento elettorale, fu ai tempi – lontanissimi – della leadership di Bertinotti e della sua versione, di lotta e di Governo, di Rifondazione Comunista.

Le problematiche non mancano, però: innanzitutto, si ignora quale possa essere la data delle prossime elezioni generali, per cui è lapalissiano che questa rappresenta una variabile di non poco conto, perché, qualora si celebrassero a breve, è chiaro che Landini potrebbe incassare il risultato della sua popolarità, mentre, qualora dovessero svolgersi alla scadenza naturale della legislatura, cioè nel 2018, risulterebbe difficile per lui conservare, per tanto tempo, un livello di gradimento alto come quello attuale, in particolare se l’economia dovesse ripartire e se si dovessero vedere i frutti delle opinabili politiche del Governo.

Inoltre, esiste un altro problema, che non è di scarso peso: Landini si sta muovendo, esattamente, nella medesima scia di Berlusconi e Renzi, nel senso che egli si propone di rottamare la classe dirigente preesistente, agendo fuori dagli schemi organizzativi classici del partito tradizionale, perché ha intuito che la pubblica opinione nazionale è alla ricerca di una leadership forte e, possibilmente, segnata da una vena di antipolitica, che attrae gli Italiani – senza soluzione di continuità – sin dal biennio 1992/94, dai tempi cioè di Tangentopoli.

Un simile messaggio è molto pericoloso, sia che lo porti avanti un movimento qualunquista di Destra, che di Sinistra, perché legittima il modello culturale dell’Uomo forte, che ci appare in aperta contraddizione con il funzionamento virtuoso di una democrazia parlamentare, che dovrebbe basarsi su azioni largamente condivise da popolo e classi dirigenti e non sul primato indiscusso dell’Unto dal Signore, che – di per sé – è un prototipo tipico di regimi istituzionali autocratici, nei quali non c’è spazio alcuno di mediazione fra le istanze della base ed il vertice dello Stato.

Ma, purtroppo, sappiamo bene come la democrazia italiana, fin troppo fragile, visto che viviamo in un clima democratico autentico solo dal 1948, persegue spesso degli obiettivi, che sono eversivi con lo spirito e la lettera delle leggi vigenti, per cui i difetti del ceto politico e dei gruppi dirigenti del Paese vengono superati – o, al più, si aspira a fare ciò – affidandosi a leadership carismatiche, che poi puntualmente si dimostrano non idonee ad affrontare le sfide del presente, come è già successo con Berlusconi e come, almeno in parte, sta avvenendo con Renzi, il quale – giorno dopo giorno – sta prendendo coscienza del fatto che governare una nazione complessa, come la nostra, è ben altra cosa che lanciare slogan di facile presa su cittadini, sovente, disillusi e privi – talora – di una sensibilità democratica verace, venuta meno anche per effetto dei rigori della crisi economica, che li porta a privilegiare chi – in qualsiasi modo – promette il pane, finanche barattandolo con un’idea più partecipativa e sincera di democrazia. La crisi del sistema istituzionale odierno è visibile da tutti coloro

che hanno intelligenza e spirito critico per avvertirla nella piena drammaticità del suo essere: la società “liquida” ha prodotto partiti “liquidi” ed, in tale dissolvimento delle forme più corrette e consone della partecipazione, si inserisce lo stesso Landini, il quale non a caso parla di movimento, di alleanza, di cartelli elettorali, cioè usa lemmi, che sistematicamente fanno a meno della parola “partito”, come se questa fosse, di per sé, foriera di disgrazie e di lutti.

In un Paese, come il nostro, non solo Landini agisce per tal via: Renzi, Salvini, Grillo, Meloni, lo stesso Berlusconi, fino a quando almeno ha avuto un ruolo di peso, sono tutti espressione – più o meno stereotipata – di una cultura siffatta, che si è radicata tanto a Destra, quanto a Sinistra, per cui – in maniera più o meno consapevole – si fanno portatori di un qualunquismo, talora becero, che porterà l’Italia sempre più fuori dall’Europa, visto che in Germania, Inghilterra, Francia esistono, tuttora, i partiti nati dalle lotte per la democrazia del XIX e del XX secolo e nessun cittadino tedesco o inglese o francese si sognerebbe di votare in favore di chi sponsorizza la rottamazione, tout court, del sistema costituzionale prodotto dalla guerra contro il Nazi-Fascismo e contro gli autoritarismi di derivazione ottocentesca.

Il dramma riguarda, purtroppo, anche la Sinistra, che dovrebbe aver sviluppato un sistema immunitario più forte e che, invece, dimostra di non essere diversa dalla Destra, almeno sotto questo profilo: l’Uomo, baciato dalla Provvidenza, si impone, finanche da quelle parti, come il modello da proporre ai cittadini disorientati, per cui chi ipotizza di far politica, chiedendo alla pubblica opinione un surplus di partecipazione attiva, ottiene in cambio una risposta negativa, dato che è molto più facile delegare che assumere – in prima persona – un’iniziativa responsabile.

In tal senso, un’affermazione elettorale di Landini – non improbabile, peraltro – costituirebbe l’ennesima conferma di un modus vivendi tipicamente italiano, che invero non possiamo non criticare, nell’auspicio – pur velleitario – che esso possa cambiare a breve. Pertanto, benché si sia felici perché le piazze della Sinistra tornano ad affollarsi, non possiamo non temere gli effetti di una deriva plebiscitaria, che lederebbe gravemente la nozione e la prassi stessa di democrazia liberale, cui teniamo – in verità – più di ogni altra cosa.

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