Home Italia & Esteri La necessità di allargare l’Europa deve passare per i Balcani.

La necessità di allargare l’Europa deve passare per i Balcani.

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Dopo le vicende elettive americane e l’ormai lontano Brexit, l’allargamento dell’Unione Europea verso i Balcani non può più attendere. Haris Silajdzic, il membro bosniaco della Presidenza della Bosnia-Erzegovina, in una sua recentissima intervista alla testata balcanica Doznajemo, indica come gli ultimi eventi capitati politicamente in Europa, come le scelte inglesi e le difficoltà funzionali verso le immigrazioni, tendono a scatenare indirettamente la ritrosia verso l’Unione di molti dei paesi dei Balcani, soprattutto alla luce del cosiddetto “Brexit” che rischia di turbare ulteriormente questa regione ancora inquieta.

L’uscita del Regno Unito, per Silajdzic, porterà il paese balcanico, e così molti altri in attesa di essere accettati, a non accelerare l’adesione all’Unione Europea, quanto a procrastinarla il più lontano possibile, poiché proprio il “Brexit” ha esposto, secondo i vertici politici dei paesi dei Balcani, Bruxelles e l’Unione Europea ad una necessità di rielaborazione dell’equilibrio interno e, di riflesso, ad una cauta valutazione verso le nuove adesioni.

A tutto questo si aggiunge l’azione fervida e sostenuta dei vari nazionalisti, in Francia come nei Paesi Bassi e in altri paesi dell’Unione Europea, che chiedono a gran voce propri referendum di uscita, un fatto che diminuisce di riflesso la volontà dei paesi Balcanici di impegnarsi in cambiamenti democratici a fronte di un’Unione Europea sempre meno forte cui unirsi.

E senza un percorso plausibile da parte di Bruxelles, che sia alternativo a queste spinte centrifughe, l’unità dei governi dei Balcani “verso il progresso politico”chiesto dall’Europa, potrebbe rallentare, e portare alla vittoria tutti quegli autocrati balcanici che stanno già facendo appello ai peggiori istinti di divisione tra le società povere della regione.

Come Bruxelles, nel complesso, sta reagendo alle scosse di assestamento del referendum britannico, così il cancelliere tedesco Angela Merkel, leader de facto in Europa, deve intensificare la sua azione politica, coordinandosi con i leader europei, per attraversare la sfida storica che attraversa oggi il continente, di certo nella sua ora meno brillante dal dopoguerra. E non ci può essere un migliore segnale d’impegno europeo che l’attivarsi per espandere l’Unione verso i Balcani.

Finora, i piani per l’allargamento hanno languito a causa degli elevati livelli di corruzione nella regione, delle difficoltà politiche e delle discrasie sociali ed etniche, ma anche per colpa delle stesse élite politiche che non s’impiegano a ridurre la retorica nazionalistica e troppo spesso riaprono le ferite di guerre passate, al solo scopo di distogliere l’attenzione dalle accuse di corruzione, così come non hanno fretta di guidare il paese verso l’adesione all’Unione attuando le svolte necessarie per l’ottenimento dello stato di diritto, nonché l’efficienza e l’indipendenza della magistratura, per quanto richiesto dalle regole di adesione all’UE.

Una semplice azione di coesione per i Balcani non solo può rafforzare l’Unione europea, ma anche permettere alla Merkel, e ai suoi colleghi di Bruxelles, di creare le condizioni per affrontare l’ansia crescente, dimostratasi devastante nell’esito del referendum nel Regno Unito e potenzialmente deleteria per tutto il continente europeo, verso la migrazione.

Centinaia di migliaia di migranti hanno attraversato il confine con l’Europa continentale, la scorsa primavera, attraverso la via dei Balcani, in particolare nella zona magiara, e dalla Grecia, preferita per la distanza. Intanto il tenue e controverso rapporto sinergico con la Turchia – cui si affida essenzialmente il problema dei rifugiati siriani senza risolverlo-langue, e quindi l’unica possibilità per l’attuazione di una strategia di migrazione a livello europeo coerente, è quello di portare, in un’ottica di lungo periodo, il fianco sud-orientale del continente europeo nel consesso europeo. Per esempio, se i Balcani fossero incorporati nell’UE, Bruxelles potrebbe aiutare a finanziare i rifugi temporanei per i profughi siriani che arrivano su questi territori e faciliterebbero una migliore registrazione e distribuzione sul continente.

Senza una seria e oculata politica di aggregazione, si arriverebbe a un fallimento sulla strada della stabilizzazione dei Balcani, che si aggiungerà al problema dei migranti. Infatti, si rilevano già i primi segnali di una reazione dei cittadini della regione, che non vedono un futuro nelle attuali democrazie balcaniche, spostando le proprie aspettative verso il nord del territorio. Così, già decine di migliaia di kosovari hanno lasciato, in gran parte, le aree del sudest europeo per l’Ungheria e la Germania dall’inizio di quest’anno, segnale evidente di un bisogno di fuggire da governi corrotti e da un’economia al collasso.

Anche se gli scettici dell’espansione europea trovano nella “fatica da allargamento” un valido motivo per cui alcuni Stati membri stanno avendo dei ripensamenti circa l’Unione, la verità è che l’Europa – dal Baltico ai Balcani, dalla Spagna alla Scandinavia – è affetta da una lunga, debilitante e pericolosa condizione: la “fatica di crisi”. C’è la crisi ancora a fomentare parte della migrazione, alla base della guerra civile ucraina, e non dimentichiamoci della crisi dell’euro. L’Europa non può permettersi un altro evento catastrofico. E in questo momento i Balcani sono a rischio di aggiungere al dramma umano uno economico.

Occorre un’analisi dei vari attori territoriali per comprendere la situazione geopolitica dei Balcani. In Macedonia, le stesse forze che hanno quasi tirato il paese nella guerra e il potenziale di dissoluzione di 15 anni fa, sono prepotentemente riemerse. Grazie ad un veto greco sopra aspirazioni dell’UE e della NATO nella Macedonia, lo sviluppo politico del paese è essenzialmente addivenuto a un punto morto.

Ad ascoltare il primo ministro macedone, Nikola Gruevski, si nota che esiste un processo di assecondamento delle forze nazionalista del paese, avviando quella che lui chiama “nazione re-branding”, in altre parole una riproposizione della stessa idea politica ma con una nuova veste. E questa riproposizione sa tanto di un appello a un’identità macedone dichiaratamente legata all’antichità, un progetto nazionalista che non solo ha respinto in un’enclave la minoranza albanese, ma che ha anche creato una spaccatura profonda tra gli stessi macedoni.

In questa politica nazionalista, gli avversari sono stati marchiati come mercenari stranieri e traditori nazionali dal regime. C’è, anche, la divisione interna sulla controversia, di lunga data, con la Grecia sul nome del paese, Macedonia, dove Atene accusa quest’ultima di aver rubato il nome dalla provincia greca omonima. Cui fa da eco la propensione di alcuni macedoni a un cambio di nome, mentre altri sono fermamente contro.

È contro questo teatro sovraccarico di tensioni che l’attuale governo macedone ha usato la mano pesante sui media, perseguitato oppositori politici, e coartato istituzioni statali con l’installazione di membri del partito in ruoli giudiziari e giurisdizionali chiave. Recentemente, un numero cospicuo d’intercettazioni trapelate, hanno rivelato la corruzione nelle file più in alto del governo, costringendo alle dimissioni lo stesso Gruevski, secondo pure uno schema di un accordo tra l’Unione Europea e parte dell’opposizione.

Ma finora, lui ei suoi colleghi di partito, tra cui il presidente del paese, hanno resistito alle clausole dell’accordo, che prevedevano l’impegno a tenere elezioni libere ed eque e ad accettare la legittimità della Procura della Repubblica speciale, un organo giudiziario creato dall’accordo per perseguire i crimini esposti dalle intercettazioni telefoniche. La crisi migratoria, conseguente alla crisi siriana, ha poi giocato un ruolo importante per evitare lo spodestamento di Gruevski, permettendo ai media controllati dal governo di scaricarne la colpa sull’UE, accusata di trascurare la Macedonia e di averla lasciata in mezzo alla crisi che ha poi scosso l’intero continente. Allo stesso tempo, Gruevski ha fomentato, abilmente, la paura di una possibile islamizzazione del Paese, che ha una presenza di popolazione musulmana consistente.

Tutto quest’astio politico, è diventato il potenziale per il confronto intra-macedone che sta offrendo un più ampio conflitto interetnico, soprattutto in questo momento cruciale per la regione. Ne consegue, che la creazione di un calendario chiaro e definitivo per l’adesione della Macedonia all’UE è strettamente necessario, e deve servire non solo per rimuovere gli ostacoli superficiali (come la pretesa della Grecia di rimuovere, sollecitato della Bulgaria, il nome “Macedonia”), ma soprattutto per iniettare quella spinta necessaria per il processo di riforma statale e di riduzione di alcune delle molte spaccature interne al Paese, soprattutto nel lungo periodo.

Il Kosovo è un altro paese che ha un disperato bisogno dell’adesione all’UE, l’unica che possa invogliare i suoi leader a fare riforme difficili ma necessarie. Così come la Macedonia, il Kosovo è lacerato da divisioni etniche interne, che vedono da un lato i Serbi che controllano il nord del paese, mentre gli Albanesi ne controllano il sud, anche se l’intera regione detiene ancora una maggioranza sottile dei serbi che vivono a disagio nelle loro enclave, disperse sull’intero territorio.

L’Unione Europea, nel periodo post bellico, ha mediato un accordo per dare più autonomia ai serbi, ma ha suscitato l’opposizione dolorosa da parte dei nazionalisti albanesi forti di una linea dura di ostracismo. Una lotta ideale, questa, che ha visto esponenti dell’opposizione gettare candelotti lacrimogeni in Parlamento all’inizio di quest’anno, persino durante la sessione parlamentare per eleggere il nuovo Presidente del paese. Questi scontri, di certo non isolati, avvengono congiuntamente a un aumento della disoccupazione e della corruzione, non sorprende, quindi, che molti albanesi disincantati hanno semplicemente lasciato il paese. Ma senza un chiaro percorso verso l’Unione, bisogna ribadirlo, questo malessere crescerà aprendo nuove strade per un conflitto etnico e sociale.

Infine, ritornando alla Bosnia-Erzegovina, è bene ricordare che essa ha vissuto alcuni dei conflitti più brutali nella regione. Solo in seguito al placarsi delle armi, sia Londra sia Berlino hanno lavorato massicciamente per tentare di riparare il Paese, che con il lancio di nuove riforme socio-economiche l’ha portata nella sua fase più costruttiva nel giro di un decennio. A titolo d’esempio, va ricordato che il governo della Federazione della Bosnia-Erzegovina ha iniziato la riforma del settore della finanza pubblica per ridurre il deficit e aumentare le entrate pubbliche. Anche se è in un periodo di transizione, oggi il governo ha stabilizzato il bilancio, creato le condizioni per un aumento a breve dei risparmi a lungo termine per 534 milioni di dollari, e ha ridotto il suo debito pubblico all’1,4 per cento.

La politica ha anche approvato nuove leggi sul lavoro e il servizio civile, ma devono ancora fare quei cambiamenti fondamentali in altri settori, come la riduzione della corruzione e del clientelismo, che continuano a pesare sulla economia del paese, scatenando spesso rivolte di massa come quella esplosa un paio di anni fa. In un clima come questo, la Bosnia deve affrontare l’esistenza di divisioni rigide tra le sue comunità, tra etnie serbe, bosniaci musulmani, croati e alcuni giovani che sono stati attratti dalla Siria da parte del Sedicente Stato Islamico (noto anche come ISIS).

Brexit, anche se da lontano, ha esacerbato questi problemi poiché se il Regno Unito lascia non sarà più presente alle riunioni UE e non può promuovere o favorire l’integrazione dei Balcani nell’Unione europea. Nel frattempo, Milorad Dodik, il Presidente dell’entità serba, la Republika Srpska, ha respinto l’approvazione del Patto di stabilizzazione e associazione con l’Unione europea, che è il quadro di riferimento per il processo d’integrazione europea della Bosnia. Egli ha sostenuto, in un’intervista alla TV bosniaca, che tale adesione avrebbe fatto male al settore agricolo della Republika Srpska, che rischiava così di perdere 56 milioni di dollari di sovvenzioni.

Ma in realtà, il rifiuto di Dodik a collaborare nel percorso d’integrazione europea, ha più a che fare con il fatto che permettere a Bruxelles di raddrizzare il paese lo potrebbe costringere ad accettare certe realtà che si preferirebbe ignorare, come ad esempio, i risultati recentemente pubblicati del censimento del 2013, che indicano un possibile aumento della popolazione bosniaca, anche se Dodik ha sostenuto che i risultati avrebbero erroneamente ridotto le dimensioni della popolazione serba sul territorio. In capo a tutto questo, Dodik continua a flirtare con Mosca, così come con l’idea d’indipendenza serba, che per tutti resta una garanzia per la ripresa del conflitto etnico.

In conclusione, anche se i Balcani sono stati il luogo di alcuni fallimenti disastrosi della Unione Europea, soprattutto nella fine del secolo scorso, Bruxelles oggi ha cominciato ad usare la sua influenza, spendendo l’appartenenza all’Unione come jolly, per pungolare i leader divisi dei vari paesi per creare alcuni compromessi importanti. Oggi, con il Brexit si addensa la minaccia di ritirare quei guadagni politici. Durante questo momento di shock e sgomento, i leader europei, e forse quelli di Washington soprattutto, hanno bisogno di stendere un nuovo piano audace per l’Europa, che con l’allargamento dell’Unione nei Balcani finalmente darebbe un nuovo buon punto di partenza.

Dott. Antonio Ansalone