Il PD e la minoranza divisa

Partito Democratico

Ieri, si è svolta la convention della minoranza del PD, alla quale hanno partecipato tutti i rappresentanti della Sinistra interna, da D’Alema a Bersani, da Civati a Fassina, da Cuperlo a D’Attorre. L’incontro aveva una condivisa ragion d’essere: trovare la via dell’unità per meglio fronteggiare le sfide imposte dal renzismo dominante.

È evidente che, sin dalle primarie del dicembre del 2013, Renzi non ha incontrato alcun ostacolo nel suo partito, per cui i vari esponenti dei DS, che avrebbero dovuto contrastarlo, sono stati costretti a scomparire per un po’ di tempo dalla scena politica, sapendo bene che erano divenuti invisi all’opinione pubblica e ad una parte importante dello stesso elettorato del PD. Nel corso di questi mesi, il Premier, dunque, ha molto agevolmente condotto il PD, visto che non ha trovato avversario che fosse in grado di oscurarne – almeno, in parte – la sua visibilità mediatica. 

All’indomani delle elezioni di Mattarella, però sembra che le cose siano cambiate, anche perché le riforme, portate innanzi dal Governo, hanno incontrato forme di opposizione molto evidenti nella società italiana, per cui chi intende rappresentare le posizioni della minoranza del PD non può non farsi artefice del punto di vista di quanti non condividono più il percorso riformatore del Dicastero Renzi. 

È ovvio, però, che un problema vada risolto immediatamente, affinché le tesi della Sinistra interna possano essere portate innanzi con sufficiente credibilità: chi sarà il leader anti-Renzi, che le minoranze del PD vogliono mettere in campo, per dare così un’immagine di unità all’esterno? 

Ieri, non a caso, ha colpito l’uditorio uno scambio di battute al vetriolo fra Cuperlo e D’Alema: il candidato, sconfitto in occasione delle primarie del 2013, ha accusato l’ex-Presidente del Consiglio di essere uno dei principali responsabili dell’ascesa di Renzi, dato che egli non avrebbe creato le premesse per un ricambio generazionale, quando era ancora la personalità di maggiore spessore mediatico dei DS, prima, e del PD, dopo.

Se una nuova componente unitaria, che dovrebbe appunto raccogliere gli sforzi di gruppi litigiosi e conflittuali fra loro, inizia il suo percorso con un regolamento di conti di questa portata, è chiaro che non andrà molto lontano, perché l’analisi sul passato – che può nascondere elementi di divisione e, finanche, di rancore personale – deve cedere il posto alla proposta per il futuro, a meno che non si voglia creare un Centro Studi e non una corrente, che aspiri al prossimo Congresso a rovesciare i rapporti di forza, che oggi la vedono, nettamente, in una condizione di sofferenza. In tal senso, l’unità può nascere intorno ad obiettivi programmatici ben precisi e, soprattutto, su una leadership condivisa da tutti coloro che vogliono offrire un contributo in vista della nascita di un’opzione culturale democratica diversa da quella renziana. 

Chi potrebbe essere, allora, il riferimento di una siffatta componente? Lo stesso Cuperlo, già sconfitto da Renzi? Fassina, che ha un profilo da tecnico, più che da politico? Civati, che ha un piede nel PD ed uno in Coalizione Sociale di Landini? Bersani, già sconfitto ed umiliato da Grillo? D’Alema, che per ragioni anagrafiche può essere meglio indicato per il ruolo – seppur importante – di padre della patria? Appare evidente che la principale difficoltà risiede nell’individuazione di una guida, che riceva il consenso, per davvero, di tutti coloro che non intendono morire renziani. 

Allora, appare molto probabile che una siffatta personalità vada ricercata al di fuori dei nomi, che abbiamo fatto finora, perché questi – in gran parte – risultano ancora indigesti alla pubblica opinione, dato che vengono associati ai fallimenti del passato, di cui la Sinistra è stata responsabile. D’altronde, Renzi ha vinto prima il Congresso del PD del 2013 e, poi, le elezioni europee del 2014, perché appariva molto diverso da questa generazione di eterni sconfitti, dal momento che i suoi atteggiamenti, tuttora, scimmiottano una cultura politica distante, invero, da quella più autenticamente progressista e neo-socialista. 

Oggi, però, alla prova dei fatti, dopo un anno di Governo, Renzi – nelle vesti di Premier – non ha più il consenso del rottamatore di dodici mesi fa, perché, se tutti lo hanno sostenuto, quando si trattava di mandare a casa Bersani, Veltroni e D’Alema, è chiaro che le riforme fatte hanno leso interessi tipici di ceti sociali, che hanno sempre votato a Sinistra e che, ora, si rendono conto che il renzismo è drammaticamente sempre più simile – per molti aspetti – al berlusconismo, che ha dominato nel ventennio precedente. 

Cosa fare, allora? Forse, bisogna tornare ai primordi del PD, quando questo partito è nato per mettere insieme le culture politiche del socialismo riformatore e del cattolicesimo democratico? Infatti, in quell’incontro virtuoso di indirizzi culturali, così affini fra loro, bisogna trovare la ragion d’essere di una nuova formazione, che vada ben oltre il protagonismo renziano, che spesso si dimostra privo di radici profonde ed attento – unicamente – ad interpretare gli orientamenti ed i gusti, meramente, transitori di una pubblica opinione, che sovente agisce e si comporta in ossequio ad istanze populistiche e demagogiche e non entro il quadro di riferimento di una cultura politico-istituzionale autentica. 

Orbene, riusciranno i nostri prodi cavalieri a far rinascere la Sinistra in Italia? Ed, eventualmente, quale sarà il rapporto fra il loro partito ed il cartello elettorale, che sta mettendo in piedi Landini e, con lui, una parte cospicua della CGIL? È ragionevole attendere, ancora, qualche settimana, per verificare la serietà e l’attendibilità di un processo, che ci appare ben lungi dall’essere teorizzato compiutamente e, quindi, dall’essere avviato ad una matura, progressiva definizione.