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Gli “Errori” del Presidente Napolitano.

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Con le dimissioni del Presidente Napolitano, finisce un’epoca importante della storia italiana, visto che l’ormai ex Capo di Stato è rimasto circa nove anni al Quirinale, nel corso dei quali ha assistito ad eventi importanti, che hanno segnato, in modo indelebile, la nostra comunità.
Egli è stato, innanzitutto, un punto di riferimento essenziale per le potenze straniere, che hanno scelto lui come interlocutore credibile, visto che, da noi, i Presidenti del Consiglio, durano in carica, mediamente, non più di un anno.
Dal 2011, in particolare, l’instabilità è divenuta cronica, per cui, dopo le dimissioni di Berlusconi, per effetto delle censure provenienti dall’Unione Europea, il Presidente della Repubblica ha sposato una linea politico-istituzionale, che pare non abbia dato i suoi frutti a pieno.
La nomina di Monti, fortemente compulsata dagli organismi internazionali, ha tranquillizzato i nostri alleati europei ed americani, ma invero non ha rasserenato il clima in Italia, visto che la pubblica opinione, dopo la caduta del Dicastero Berlusconi, aveva desiderio di andare al voto, per legittimare il nuovo Premier con la forza del consenso popolare.
Invece, come tutti sappiamo, la storia è andata molto diversamente: il Governo Monti è rimasto in carica circa un anno, nel corso del quale ha messo a posto i conti traballanti dello Stato, ma è andato incontro ad una fortissima impopolarità, che ne ha minato irrimediabilmente il rapporto con gli Italiani.
Dopo il voto, quindi, del 2013 si è verificato il passaggio più delicato: Napolitano non voleva accettare la riconferma, tant’è che, nel corso di una lunga intervista a Repubblica, aveva parlato del suo futuro da pensionato, avendo – come ebbe lui stesso modo di scrivere – già riposto le proprie carte nelle valigie pronte per il trasloco dal Quirinale.
Invece, i partiti, incapaci di eleggere un successore, che avesse una base ampia di consenso fra i grandi elettori, scelsero di non scegliere, cioè si rimisero nelle mani del supremo giudice del settennato precedente, chiedendogli di rimanere in carica per portare a termine il lavoro, non ancora concluso.
Così, di fronte all’impossibilità di conferire il mandato a Bersani, che non aveva i numeri per essere investito dell’incarico di formare il nuovo Governo, egli ha spinto, molto autorevolmente, perché i due grandi partiti, usciti sconfitti dalle elezioni, PD e Forza Italia, convergessero sul nome di un nuovo leader, Letta, il quale avrebbe dovuto assumere la difficile guida di un Dicastero, che nasceva per fare le riforme, pur sapendo che, in caso di condanna definitiva di Berlusconi, la sua breve storia sarebbe cessata, perché il patròn di Mediaset non avrebbe mai continuato a sostenere una maggioranza parlamentare, venendo egli stesso a decadere dal ruolo di Senatore per i noti fatti penali, che investivano, ad un tempo, la sua vita privata e la condotta di manager delle proprie aziende.
E così fu, per cui, alla fine dell’anno scorso, andato in crisi lo schema politico, che aveva portato Letta a Palazzo Chigi, Napolitano ha deciso di affidarsi a Renzi, dandogli l’incarico di formare un Esecutivo che avesse, come obiettivo prioritario, il varo delle riforme istituzionali, di cui si discute, ormai da venti anni, nel nostro Paese, senza che vengano però mai realizzate.
Oggi, a distanza di undici mesi dalla nascita del Governo, non si può non ammettere gli errori commessi: finanche Renzi, nonostante la popolarità acquisita e l’autorevolezza, che gli deriva dal fatto di essere il Segretario del principale partito italiano, non è stato in grado di varare alcuna seria riforma né per legge ordinaria – come nel caso di quella afferente al sistema di voto – né attraverso l’iter di revisione costituzionale, come nella fattispecie della disciplina che dovrebbe portare alla rimodulazione del Titolo V della Carta e al riordino dei poteri delle Assemblee elettive di Camera e Senato.
I risultati, dunque, degli sforzi del Presidente della Repubblica non hanno condotto il Paese a migliorare, sensibilmente, la propria condizione; ancor peggio, l’Unione Europea minaccia l’Italia – un giorno sì ed un giorno pure – di riaprire la procedura di infrazione per eccesso di debito, cosa che – molto probabilmente – farà nella prossima primavera, quando verificherà che i conti pubblici non rispettano il limite virtuoso del 3% nel rapporto debito/PIL, fissato dal Trattato di Maastricht.
D’altronde, quello di Renzi è il terzo Governo consecutivo, che nasce senza la legittimazione del consenso popolare: si sa bene che, in una Repubblica parlamentare, come la nostra, gli Esecutivi sono legittimati dal voto di fiducia dei Deputati e dei Senatori, ma è ovvio che, in un momento particolare di crisi, sia economica che istituzionale, è preferibile che i Dicasteri siano espressione della volontà diretta dei cittadini, anche allo scopo di non allontanare ulteriormente questi ultimi dallo Stato, da cui già sono distanti anni luce, perché la corruzione dilagante, ineluttabilmente, li spinge a non andare al voto o a scegliere, peggio ancora, formazioni populistiche e demagogiche, che invero non potranno mai assicurare una prospettiva credibile di governabilità ad una nazione, che ha bisogno di stabilità del quadro istituzionale e di serietà da parte di chi assume il delicato onere di assolvere al difficile mandato democratico.
Gli errori del Presidente Napolitano, sottolineati settimane fa dal politologo Gianfranco Pasquino, quindi danno ridondanza ad una condizione già tragica, come quella odierna dell’Italia, ma – benché la storia non si faccia né con i “se”, né con i “ma” – non sappiamo come sarebbe andata a finire se, dopo la caduta di Berlusconi, egli avesse deciso di mandare la nazione al voto anticipato, anziché nominare Monti, e se avesse preso una decisione analoga, nel 2013, quando il Parlamento si era incartato e non era più capace di dare un Esecutivo, che non fosse quello composto in virtù della convergenza ambigua di Forza Italia e PD.
Certo è che, al di là dell’opinabilità degli errori commessi dai vari rappresentanti istituzionali, che hanno agito in particolare nel triennio 2011-2014, Napolitano rappresenta un modello indelebile di onestà e signorilità, che tutto il mondo civile ci invidia: desidereremmo, comunque, che il suo successore abbia le medesime virtù di chi rimarrà nella storia, con Pertini e Scalfaro, come un modello impareggiabile di pubblica moralità e di spirito di abnegazione nell’incessante servizio allo Stato.