Home Attualità Direttori stranieri nei Musei Italiani, una scelta opinabile del Governo

Direttori stranieri nei Musei Italiani, una scelta opinabile del Governo

Musei Italiani –  Quella del Governo di nominare, ai vertici dei più importanti Musei pubblici italiani, dei direttori stranieri – per lo più tedeschi – ci appare una scelta opinabile, non certo per mero sciovinismo.
Comprendiamo bene come, ormai, la dimensione cui dobbiamo guardare sia quella europea, per cui è più che legittimo che un Tedesco venga a dirigere gli Uffizi o un Francese Capodimonte, ma invero, dietro a siffatta decisione del Ministro dei Beni Culturali, ci pare di scorgere una sudditanza culturale verso altri Paesi, la cui classe dirigente non può essere trasferita in Italia sic et simpliciter.
Infatti, la nostra Pubblica Amministrazione non comincerà a funzionare alla perfezione, come un orologio svizzero, solo perché d’un tratto si importano funzionari e direttori da altri contesti europei, tradizionalmente considerati più efficienti ed efficaci del nostro.
Non bisognerebbe mai importare le intelligenze: queste, in Italia, sono copiose ed, invero, molto spesso vengono mortificate sull’altare di costumi, che tendono a premiare gli individui ed i professionisti in nome di altri parametri, diversi da quelli meritocratici.
Dalla Germania, o comunque dalle nazioni il cui Stato funziona, bisognerebbe piuttosto importare il modus facendi, il rispetto per le regole, il senso di legalità, l’idea stessa che un bene pubblico è, di per sé, sacrosanto e, quindi, deve essere posto al vertice delle attenzioni degli uomini, ben prima di qualsiasi interesse privato o, comunque, di bottega.
Purtroppo, perché ciò avvenga, molta acqua deve ancora passare sotto i ponti, come si dice in gergo, visto che il dna di un popolo non lo si cambia repentinamente, grazie a singole scelte che, in linea teorica, rispondono solo parzialmente all’obiettivo bisogno, che le ha generate.
Peraltro, è ben noto che, nel campo dei Beni Culturali, il nostro Paese vanta una tradizione rilevantissima: i più importanti storici dell’arte si sono formati nelle nostre università, grazie agli insegnamenti di Maestri, che hanno fornito un fulgido esempio di ricerca storiografica ai loro colleghi ed allievi europei.
Pertanto, l’Italia, certamente, non deve inseguire e ricercare cervelli altrove, ma deve piuttosto realizzare uno sforzo importante di trasformazione del proprio “ethos”, per dirla con il verbo dei nostri progenitori della Magna Grecia.
Dovrebbe, cioè, cambiare l’approccio alle cose; renderlo, magari, più empirico; avvertire, finalmente, che si è prossimi ad una svolta, per cui o si intraprende la giusta via o si è destinati a rimanere assorbiti dal Secondo e dal Terzo Mondo.
Quindi, siano benvenuti i dirigenti tedeschi o francesi, a capo dei Beni Culturali come di qualsiasi altro comparto della P.A., ma si tenda ad un risultato ben più prestigioso: quello di formare un popolo – e non solo un gruppo dirigente – alla luce dei valori della civiltà dell’Occidente, che è quella nata, secoli fa, nell’antica Grecia, come nella Roma caput mundi.
Altrimenti, saremo sempre colonia dello straniero, che, approfittando delle nostre ataviche debolezze, verrà a conquistare posti di comando in Italia, scontrandosi ben presto, però, con una mentalità, che non gli consentirà di offrire al meglio le sue competenze e la professionalità, per le quali è stato chiamato.
Saremo in grado di modificare noi stessi, prima di mettere sotto contratto il dirigente di Berlino o quello proveniente dalla Sorbona?
O, forse, un Governo, che vive della sottocultura degli annunci e dell’attenzione perversa dei media, utilizzerà questa scelta, pur prestigiosa, per coprire evidenti criticità del sistema, che una sola persona al comando non sarà, mai, in grado di ripianare del tutto?
L’arte è il fattore distintivo del made in Italy, per cui noi siamo, oggi, al mondo ciò che l’eredità di Michelangelo e Raffaello ci ha consentito di essere.
Forse, non sarebbe opportuno evitare di consegnare un siffatto patrimonio – ideale e di beni – nelle mani di chi, solo qualche secolo fa, passeggiava per le amene campagne italiane con uno spirito, meramente, predatorio?
Mutandis mutatis, se vorremo sopravvivere nella sfida del mercato globale, in quanto Italiani dovremmo proporci l’ambizioso obiettivo di essere alla guida del processo di unificazione europea e di non essere, come nel caso delle nomine ai vertici dei Beni Culturali, una terra di conquista in favore di chi può vantare un pedigree mitteleuropeo, che lo fa apparire migliore delle nostre – pur luminose – intelligenze, a fronte di una realtà che, purtroppo, non lo metterà nelle condizioni di operare virtuosamente.

Rosario Pesce

PUBBLICITÀ