Home Editoriale Crocetta e Borsellino: un dramma siciliano

Crocetta e Borsellino: un dramma siciliano

Nel corso di questa settimana, si è consumata una vicenda grottesca: quella relativa alle dimissioni della figlia di Paolo Borsellino, Lucia, dall’incarico di Assessore della Giunta Crocetta in Sicilia.

Solo chi conosce bene quella regione e, soprattutto, uno dei classici della letteratura siciliana, Luigi Pirandello, può comprendere bene il significato dell’intera vicenda, che certo non dà lustro né alle istituzioni democratiche, né all’immagine di un popolo, spesso, a torto associato alla mafia ed alla grande criminalità.

Cerchiamo di capire i fatti: tre anni fa, Crocetta, sindaco antimafia, viene eletto – a furor di elettorato – Governatore della Regione, per cui, per segnare uno stacco netto rispetto alle precedenti gestioni, decide di chiamare in Giunta alcune personalità, che non hanno mai fatto politica, ma che si sono sempre distinte per i loro meriti professionali e civili.

Fra queste, ricordiamo lo scienziato Zichichi, il cantautore Battiato, il giudice Ingroia, appunto la figlia di Borsellino.

Alcuni rifiutano la proposta, come nel caso di Ingroia, capendo di entrare a far parte di un’organizzazione, al cui interno avrebbero avuto scarso potere, per cui avrebbero prestato semplicemente il loro nome ad un’operazione di mera strumentalizzazione a fini politici, divenendo funzionali così alla reiterazione della cattiva gestione del passato ed alla crescita di interessi poco chiari.

Altri, come Zichichi e Battiato, vengono dimissionati pochi mesi dopo aver assunto l’incarico, visto che ben presto si dimostrano non funzionali ad alcuna logica di consorteria partitica o di lobby.

Rimane in giunta, fra i non-eletti, solo la figlia del giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992.

Orbene, a lei viene attribuito l’incarico più delicato: la gestione della Sanità siciliana, che – come è ben noto – è il comparto di spesa più importante dell’Ente regionale, perché, per effetto del sistema delle convenzioni fra pubblico e privato, gli appetiti in quel settore sono famelici.

È ben noto che non esiste solo la mafia delle campagne e della lupara, ma soprattutto è attiva quella in giacca e cravatta, cioè quella criminalità cosiddetta dei “colletti bianchi”, composta da illustri baroni, quali sono i medici a determinati livelli, che è ben più pericolosa di quella intesa in senso tradizionale, perché le mafie del baronato professionale si spartiscono milioni di euro, che inevitabilmente fanno nascere appetiti,finanche, illeciti o, comunque, contrari alla morale comune.

Subentra, quindi, Pirandello: la figlia di Borsellino, in virtù della sua credibilità e dell’autorevolezza del cognome che porta, deve dare una parvenza di legalità e di consenso sociale ad un sistema, che è strutturalmente marcio, visto che, in Sicilia come in altre parti d’Italia, quando si parla di Sanità, si pensa agli incarichi di primariato da distribuire o alle clientele da foraggiare, ma non certo alla salute dei cittadini da tutelare o all’efficienza del servizio pubblico da migliorare.

La figlia di Borsellino intuisce ben presto di trovarsi al centro di un’operazione di strumentalizzazione di portata rilevantissima, per cui, dopo aver cercato di cambiare il sistema dall’interno, decide di dimettersi anche lei, perché evidentemente non intende consentire, a cinici imprenditori e medici in carriera, di fare lauti guadagni alle sue spalle.

Pochi mesi dopo le sue dimissioni, viene pubblicata un’intercettazione da L’Espresso, che porta Crocetta quasi alle dimissioni: il Governatore della Regione, nel corso di una telefonata con il suo medico personale, legato alla Regione probabilmente da interessi milionari, non dice nulla, quando questi auspicherebbe che la figlia del giudice possa andare incontro al medesimo tragico destino del padre trucidato per mano mafiosa.

Non vogliamo entrare, in verità, nel merito penale della vicenda, visto che quel nastro non si trova e dato che lo stesso Crocetta nega sempre il contenuto dell’intercettazione addebitatogli dall’importante settimanale del gruppo editoriale di De Benedetti.

Saranno i giudici ad accertare eventuali fatti di rilievo penale e, soprattutto, dovrà essere la carta stampata a produrre le prove di quanto è stato pubblicato nei giorni scorsi.

Ci tocca, però, mettere in evidenza la condizione di anormalità di una regione e di una nazione, dove si ricorre all’uso metodico di alcuni personaggi, al di sopra di ogni sospetto e meritevoli della massima stima sociale, per tenere in piedi – alle loro spalle – un sistema che vanta delle pericolose contiguità con ambienti, le cui dinamiche ed i cui fini sono in evidente contraddizione e contrasto con le stesse personalità, alle quali si fa ricorso per governare in modo virtuoso.

Il teatro pirandelliano si costruisce sul primato gnoseologico della maschera: orbene, Battiato, Zichichi, la stessa Borsellino, per il periodo in cui sono stati investiti di un pubblico ufficio, sono stati usati come delle maschere, per nascondere molto probabilmente un contenuto sotteso, che meritava di essere edulcorato con il cognome e con l’immagine adamantina di intellettuali e di figli di martiri della mafia.

In tale circostanza, il vero dramma è quello del cittadino comune che non saprà mai se il Governatore o il Sindaco di turno, eletti in modo plebiscitario, fanno sul serio o meno, quando parlano di lotta al crimine organizzato e di numerose altre amenità di questo genere.

Forse, il dramma, siciliano ed italiano, che ha ispirato l’autore di Uno, Nessuno e Centomila può, ancora, valere per le istituzioni italiane, tanto più in un momento storico nel quale esse sono, già, arrivate al minimo della loro credibilità nel rapporto con quella parte sana e minoritaria – tuttora esistente – della pubblica opinione nazionale?

 

Rosario Pesce

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