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Cervelli in fuga, la storia del montorese Antonio e di Lucia

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La classica “fuga dei cervelli”, cioè l’emigrazione verso paesi stranieri di persone di talento o alta specializzazione professionale. Un fenomeno, ormai molto frequente, che spesso rallenta il progresso culturale, tecnologico ed economico dei Paesi dai quali avviene la fuga, fino a rendere difficile lo stesso ricambio della classe docente. Due giovani ragazzi, lui di Montoro, Antonio, lei, Lucia, di Mercato San Severino, costretti ad emigrare il primo negli States, la seconda in Australia per vedere realizzati i propri sogni e vedersi riconosciute le proprie qualità.

“All’estero mi sono tolto soddisfazioni che in Italia, nella mia Montoro (terra che amo) avrei potuto solo sognare”. Antonio ha più di 30 anni, è cresciuto e vissuto nella Città dei due Principati, oggi vive in America ed è uno dei tanti giovani Italiani laureati che, messo il titolo di studio nella valigia, sono stati costretti a trovare fortuna altrove. Laureato in Scienze Politiche, nel settore marketing e comunicazione d’impresa con un Dottorato di Ricerca conseguito a Napoli. E per il quale l’idea di un ritorno in patria è ormai non più appetibile. “Nemmeno per sogno. L’Italia non mi ha concesso nessuna possibilità di crescita, sono stato costretto a fare l’autista del mio professore», Gli fa praticamente eco, direttamente dall’Australia, Lucia di Mercato San Severino, trentenne con una laurea in Archeologia. «Il concetto è semplice, in Italia amici e colleghi ogni giorno mi raccontano dei loro continui disagi, soprusi, persone con Dottorati di ricerca conseguiti nelle migliori Università del Mondo, costretti a fare i galoppini di questo o quel dottorino raccomandato vecchio stile, quindi, per quale motivo dovrei tornare?».

Antonio e Lucia sono due giovani dell’entroterra Campano, Montoro e San Severino, confinanti e dal destino simile, una risorsa per il sud, costretti a cercare soddisfazione all’estero, come loro, ogni anno decine di giovani prendono strade Europee o Americane. Negli ultimi anni questo fenomeno si è rapidamente spostato anche in altri settori non prettamente Universitari. Brillanti Cuochi, operai edili, operai tessili e tanti altri settori chiave per lo sviluppo della Nazione stanno lasciando l’Italia, per trovare la giusta gratificazione nell’Europa che conta.

Proprio Antonio parla poi di gratificazione: “Molti pensano che il Laureato di turno sia un Presuntuoso, uno che non si sporca le mani, con la puzza sotto al naso, che pensa e punta solo alla carriera e ai soldi. Studiare comporta sacrifici enormi, sia sul piano morale sia su quello economico. Ovviamente è chiaro che lo scopo di ogni laureato debba essere quello di una brillante carriera, ciò non toglie che migliaia di laureandi e laureati hanno svolto o svolgono lavori di qualsiasi genere, me compreso, che per 8 anni ho svolto parallelamente al mio percorso di studi anche il Cameriere. Dopo aver conseguito il Dottorato di ricerca -continua Antonio- non solo non mi consentivano di svolgere il lavoro per il quale avevo studiato, (portavo a spasso il cane del mio Prof.), ma ero costretto a subire ingiustizie di qualsiasi genere, dal figlio del Politico locale che mi soffiava qualsiasi incarico, al figlio del figlio dell’amico del figlio del dottore che riusciva ad entrare in settori pubblici importanti riuscendo a stento a scrivere bene il proprio nome su foglio bianco. Queste situazioni, giorno dopo giorno, mi logoravano l’animo lentamente: perdevo fiducia in me stesso assumendo la consapevolezza di essere un fallito, di aver deluso i miei genitori che con tanti sacrifici credevano in me. Poi il destino finalmente bussa alla mia porta, ero a Roma per l’ennesimo concorso e mentre attendevo il treno, un elegante signore si avvicina e con accento anglofono mi chiede delle informazioni: parlando con lui, dopo le presentazioni di rito, mi rendo conto di colloquiare con un importante Manager di una nota Azienda di statistiche, Newyorkése. Quasi per scherzo gli dico: Vorrei venirci in America! Mi guarda sbalordito quando gli dico di avere un Dottorato e diversi Master, ma senza lavoro…

Praticamente fu per me un detto fatto: dopo 3 giorni mi ritrovai nella grande Mela per iniziare il mio periodo di prova retribuito! Sono praticamente passati più di 3 anni e sono diventato in breve tempo Manager di secondo Livello dell’Azienda, guadagno bene, ho una bella casa, ho trovato una brava compagna, ma ho ancora un difetto, che in America non amano troppo: tratto i miei dipendenti con troppo rispetto e nonostante sia il Capo, ancora oggi qualche fotocopia la faccio da solo! La gratificazione più grande che io abbia ricevuto nella mia breve carriera è stata ricevere in un maccheronico Italiano “Grazie Mr Toni”.

Storia diversa per alcuni aspetti, ma dallo stesso finale, quella della sanseverinese Lucia. “Quando sono emigrata in Australia sapevo che non sarebbe stata una scelta provvisoria. Si trattava di un progetto che avevo in testa da almeno 2 anni, fino a quando un mio amico, già Archeologo a Sidney, mi ha chiamata dicendomi che la compagnia per la quale lavorava stava assumendo. Ero entusiasta, il giorno dopo sono andata dal mio datore di lavoro, un capo ricerca geologo, che mese dopo mese faceva i sacrifici per portare avanti il suo programma di ricerca per la solita mancanza di fondi. Ero un po’ intimidita nel fargli sapere della mia nuova scelta poiché era prima di tutto un mio caro amico. Con la voce rotta dall’emozione mista a rabbia e frustrazione, gli faccio sapere cosa mi stava accadendo, lui guardandomi negli occhi mi abbraccia e mi invita a scappare da quel posto senza speranze. Eh si sono scappata, oggi collaboro ad una delle più grandi ricerche archeologiche nel mondo, ho uno stipendio di tutto rispetto, vengo apprezzata per il mio lavoro, ho comprato casa, sono mamma da quasi due anni e sono finalmente felice. Ritornare oggi in questa Italia non ha più senso, non si ha possibilità di crescere, non puoi fare impresa, ma soprattutto l’Italia e concorda anche Antonio, non ti concede nessuna possibilità. Alla fine i giovani e meno giovani italiani chiedono una sola possibilità: dimostrare di essere capaci nel proprio lavoro, dimostrare di poter diventare qualcuno e fare qualcosa di buono per il proprio paese. A chi li accusa invece di essere una sorta di “vigliacchi” per essere fuggiti, in coro Antonio e Lucia replicano: “Siamo stati costretti ad abbandonare la nostra terra per riuscire a realizzarci: non è un gesto di codardia, ma di semplice autostima.

Sia Antonio che Lucia sono quindi certi che nell’immediato futuro non torneranno in Italia. Sentono la mancanza della proprio terra, ci ritornano quando possono ma probabilmente torneranno solo per trascorrervi la vecchiaia. L’intervista ai due si conclude con una semplice domanda: I vostri colleghi verrebbero in Italia per lavoro? La risposta più comune è stata: Il clima è piacevole, l’Italia è un ottimo paese per le vacanze!

Il fatto che giovani neolaureati e neodottorati vadano a lavorare in università e centri di ricerca di altre nazioni è fisiologico, al giorno d’oggi, perché connaturato alla forte globalizzazione attuale della ricerca. I grandi centri di ricerca attirano persone brillanti provenienti da tutto il mondo. Di conseguenza la mobilità degli studiosi è un fenomeno comune fin dagli albori delle università e di per sé un fattore di arricchimento culturale e professionale, perché la ricerca non conosce frontiere. Il problema nasce quando il saldo tra gli studiosi che lasciano un Paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono è negativo.