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Tina Anselmi, la morte di una vera partigiana. Fu la prima donna Ministro.

La morte di una donna è sempre un evento luttuoso speciale, tanto più se poi questa donna si è distinta, in particolar modo, nella vita pubblica. Parliamo di Tina Anselmi, non quindi di una donna qualunque, ma di una persona che, anche in virtù della sua cultura cattolico-democratica, si è distinta per coraggio ed eroismo in due momenti essenziali della storia del nostro Paese: negli anni del Fascismo ed in quelli della lotta contro le massonerie deviate, che hanno contraddistinto la storia più recente del nostro Paese.
Essere partigiani fu, nel biennio 1943/45, un segno di grandissima nobiltà e di doti civiche uniche: chi veniva scoperto dai Tedeschi o denunciato dai Fascisti, rischiava anni di prigionia e di torture indicibili, come quelle subite dalle migliaia di giovani dell’epoca, che venivano arrestati e fatti giacere in condizioni indecorose nelle carceri, affinché potessero divenire delatori dei capi o, comunque, delle personalità più rappresentative della lotta partigiana.

Tina Anselmi, una donna al potere

Finito il Fascismo ed iniziata la storia repubblicana, l’Anselmi, insieme a Nilde Jotti, è divenuta la donna più importante della Repubblica italiana: entrambe con uno stile di eleganza e si sobrietà, certo ben diverso da quello odierno di molte rappresentanti del gentil sesso, presenti in Parlamento.
Divenuta Ministro, ascesa ai livelli più importanti delle nostre istituzioni, si è distinta, poi, nel corso degli anni Settanta e primi anni Ottanta, per aver diretto la Commissione Parlamentare di Inchiesta contro la loggia P2 di Licio Gelli, dando il suo contributo essenziale perché venisse smantellato uno degli organismi occulti, che ha maggiormente nociuto alla crescita democratica di un Paese, come il nostro, che rischiava di essere dilaniato dal terrorismo e dalla presenza, appunto, di centri deviati di potere.

La moralità di Tina Anselmi

L’Anselmi, alla pari di molte altre donne della sua generazione, ha poi avuto un grandissimo merito: aver distinto nettamente la vita pubblica da quella privata, per cui mai la sua dimensione familiare è stata usata per scopi politici, tenendo – dunque – fede ad un rigore morale, davvero, unico.
È stata un modello, il prototipo della donna cattolica impegnata nelle istituzioni a difendere il principio di legalità ed a tutelare le libertà, che erano state conquistate con la lotta al Fascismo e che rischiavano di essere pregiudicate dall’esistenza di gruppi, che operavano contro lo Stato, al cui interno essi erano annidati.
Con la sua morte, termina quindi una stagione: è l’ultima rappresentante dell’Antifascismo italiano che ci saluta, lasciandoci in eredità un insegnamento, che merita di essere conservato e valorizzato, tanto più in un momento storico nel quale il dibattito sulle riforme della Costituzione e, di fatto, sulla forma Stato è fortissimo, visto l’approssimarsi dell’appuntamento referendario del prossimo 4 dicembre.

Quella Costituzione, che si vorrebbe cambiare a colpi di maggioranza in Parlamento, è il frutto del sacrificio eroico di chi ha messo in gioco la propria vita, pur di liberare l’Italia dalla presenza dei Fascisti e dei Nazisti.
Sarebbe opportuno ricordarlo, visto che, quando si cambia un terzo degli articoli dell’odierna Costituzione a colpi di maggioranza, si mette alle spalle un passato assai fulgido di eroismo civico in cambio di una prospettiva futura, che ci appare – per nulla – rassicurante.
Prima di tutto, la democraticità delle istituzioni del nostro Stato: è questo il messaggio dell’Anselmi, è questo il valore in cui, fermamente, crediamo.

Rosario Pesce