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Ricordando i giovani di Suruc

strage suruc

Una notizia tragica, l’eccidio dei giovani turchi, avvenuta a Suruc la scorsa settimana, al confine fra Siria e Turchia, è passata sotto traccia, per cui i nostri giornali ne hanno parlato per non più di 24 ore, perdendo immediatamente la risonanza, che avrebbe dovuto avere.

Vediamo, nel merito, i fatti assai brevemente: un gruppo di giovani volontari, per lo più di ispirazione socialista, era intenzionato a recarsi in Siria, nella vicina città di Kobane, per portare l’aiuto necessario alle popolazioni locali di origini curde, martoriate dalla guerra con l’Isis.
Questo tentativo, assai virtuoso invero, è stato stroncato sul nascere, perché una loro coetanea, chiaramente assoldata dagli integralisti islamici, si è fatta esplodere, per cui trenta circa di quei volontari hanno perso la vita, mentre molti altri sono rimasti feriti in modo grave e, per il resto della vita, porteranno i segni di quella giornata triste.
È anomalo che i nostri media non abbiano dato il giusto spazio ad una notizia siffatta, perché il gesto di tanti giovani, disposti a mettere in pericolo la vita, pur di soccorrere delle popolazioni massacrate da anni di guerra, è sempre più raro nella società occidentale, mentre esso diviene frequente in altri contesti sociali, come quello turco ad esempio, dove i livelli di benessere, non dissimili dai nostri, si accompagnano comunque ad una limitazione delle libertà individuali assai pronunciata.
Infatti, si sa bene che, per quanto il Governo turco di Erdogan sia espressione del voto popolare, quella democrazia si costruisce su di un modello autoritario, che vollero gli Occidentali nel tentativo di occcidentalizzare quel Paese e di rompere, quindi, in modo deciso con la precedente tradizione islamica.
Negli Stati, invece, dell’Europa avanzata sul piano delle libertà individuali e civili, sarebbe impensabile chiedere a dei giovani trentenni di mettere in serio pericolo la propria prospettiva di vita, pur di svolgere un mandato umanitario, prezioso per quanti ne sono i destinatari diretti.
Forse, le libertà ed il clima di sviluppo e benessere della nostra società hanno reso, finanche, i giovani molto più egoisti che in altre parti del mondo, per cui il prossimo non solamente non costituisce una priorità per loro, ma si tende ad agire unicamente nella prospettiva cieca della difesa dello standard odierno di vita, ereditato dalle lotte dei propri avi.
Certo è che l’esempio, fornito dai giovani socialisti turchi, rappresenta un potente paradigma.
Il mondo dell’opulenza, che ha rinnegato le ideologie dell’Ottocento e del Novecento ed i grandi valori, su cui si è costruita l’umanità nell’era dell’industrializzazione, oggi seppellisce i suoi antichi idoli, mentre c’è un altro mondo, che vive ai margini della libertà e della democrazia, create dallo spirito giacobino della Rivoluzione Francese, che crede fermamente in alcuni ideali e che è disposto a mettere in gioco le poche risorse, che ha, pur di far vincere il Bene o ciò che – a torto o a ragione – viene ritenuto il Bene.
Una lezione, forse, per i nostri giovani, moltissimi dei quali si limitano a consumare le ricchezze prodotte da altri?
È chiaro che, se la distinzione fra i due mondi, che si dipanano oggi sulla scena internazionale, è quella che abbiamo brevemente tracciato, l’Occidente è sconfitto in partenza, perché, nella contesa fra i sognatori ed i meri consumatori, a vincere saranno sempre i primi, visto che – senza una visione di prospettiva – il futuro, invero, non si dà mai né in forma compiuta, né embrionalmente.
D’altronde, non è – forse – vero che solo una lucida ed utopica follia può far progredire un’umanità, altrimenti stanca ed oziosa?

Rosario Pesce