HomeEconomia & LavoroPensioni: La questione dei diritti acquisiti e del congedo dal lavoro

Pensioni: La questione dei diritti acquisiti e del congedo dal lavoro

Sono finite le vacanze estive, l’ultimo giorno di agosto non riuscirà ad attenuare l’autunno caldo che si prospetta sul versante delle pensioni. E sarà proprio al prossimo appuntamento, stabilito per settembre, che si formerà il tavolo di contrattazione che dovrà segnare un necessario cambio di passo nella trattativa, che da una stasi di natura sostanzialmente tecnica ed economica con la quale il tavolo si è sciolto per le ferie, è destinata a diventare più politica e a influire sull’intera legge di stabilità, la quale è di per sé già minacciata dalle spese per il sisma ultimo scorso e dai vincoli di bilancio ormai stringenti.

Le proposte del governo sono sostanzialmente quelle collegate alla cosiddetta APE, ovvero l’anticipo pensionistico molto pubblicizzato anche sui media nazionali, di sicuro una scelta per molti versi imposta da ragion di cassa, ma sempre meno sostenibile nel tempo e con possibili gravi appesantimenti sul deficit pubblico, inoltre, bisogna anche trovare la copertura economica sulla coperta ormai sempre più corta delle entrate statali, visto che i sindacati chiedono a gran voce di alzare fino a circa 2 miliardi di euro le possibilità, per inserire anche misure per i lavoratori precoci, le carriere discontinue, e i lavori usuranti. Certo è che questa scelta sindacale si porta dietro l’inevitabile esigenza di rafforzarsi rispetto alla perdita di base, ormai troppo evidente, così come il bisogno di non perdere il potere contrattuale che molte aziende stanno intaccando con la richiesta di nuove forme di contrattazione e che lo stesso governo non è restio a contemplare.

Resta comunque il bisogno, almeno per la base degli aventi diritto, di comprendere in termini chiari quali siano gli scenari del dopo quota 41, ovvero della agognata pensione, ma soprattutto quali siano le prospettive per i propri figli e nipoti rispetto ad uno scenario economico e produttivo in forte crisi. Ritornando alle misure allo studio del tavolo vi è la possibilità, almeno sulla carta, di scaricare i costi della flessibilità in uscita sulle imprese, estendendo così una idea fortemente voluta dal governo nei casi di pensione anticipata determinata da crisi aziendali, che già prevede il costo a carico dell’impresa che espelle i lavoratori. Di sicuro non sarà una notizia piacevole per gli industriali, i quali non solo non accettano di sobbarcarsi i costi di una eventuale crisi, ma che proprio nel rapporto tra impresa e lavoratore, tendono a negare qualsisasi forma di iterazione. Comunque la proposta dello Stato si lega ad un meccanismo per il quale è l’impresa stessa a pagare direttamente i soli contributi aggiuntivi che servono al dipendente, espulso, per maturare la pensione.

Come sempre staremo a vedere se il confronto tra Poletti e il nostro conterraneo Boccia sfocerà in una forma adeguata di compensazione, come nella tradizione italiana, visto che attualmente i soldi per l’uscita vengono versati direttamente al lavoratore, che prima di versare i contributi previdenziali deve pagare le tasse, con enorme disappunto, mentre con la proposta del governo sarebbe possibile destinare l’intera somma alla maturazione di una pensione più alta. Di sicuro la contrattazione governo parti sociali di questo autunno sarà molto più elaborata, visto che i temi sul tavolo sono tanti e le proposte in gran parte innovative. Va segnalata la proposta della cosiddetta l‘Opzione Donna, che di sicuro, vista la portata dell’intervento non ricadrà nel settore della riforma delle pensioni, non sarà che una misura temporanea e destinata a proseguire nella sua strada di sperimentazione, considerato che con l’opzione per poter raggiungere il requisito contributivo minimo di 35 anni non sono computati né i periodi di malattia né quelli di disoccupazione, essendo questi periodi esclusi dalla normativa per il calcolo del requisito minimo di anzianità, pur vengano correttamente accreditati i contributi figurativi, e tenuto anche conto che la quota di lavoratrici che hanno aderito alla forma di uscita è ancora molto esigua rispetto ai numeri attesi.

Altro punto caldo del tavolo è l’età pensionabile, che almeno per i prossimi 700 giorni non dovrebbe cambiare, visto che sarà con la fine del mandato politico del governo, nel 2018, che dovrebbero aprirsi nuovi scenari, con il prossimo scalino per le donne del settore privato, sia dipendenti che autonome. A partire dal 2019, quindi a “babbo morto”, dovrebbe scattare l’adeguamento con cadenza biennale alla “speranza di vita”, quale sostituzione del parametro triennale applicato, ricordandoci che la pensione di vecchiaia sarà raggiunta a 67 anni. È questo un parametro che non sarà dettato solo dalla normazione figlia di questo tavolo, quanto piuttosto dalle rigide disposizioni di finanza che provengono dalle direttive della Unione Europea.

Certo è che allo stato attuale, al netto dei dati di non crescita, sarà difficile continuare a contrattare le uscite pensionistiche per un numero sempre minore di lavoratori, considerando anche la quota parte di lavoratori non italiani che dovrà trovare tutela nei futuri atti governativi. Quanto poi alla spesa, sarà sempre più difficile riuscire a bilanciare il peso delle uscite in pensioni, con le poche entrate di una economia che rallenta dal punto di vista produttivo. Di sicuro i diritti acquisiti non possono essere evasi, ma bisognerebbe attendersi uno sforzo di riduzione drastica della spesa da parte del governo, tagliando tutti quei rami secchi che portano spese enormi per comparti non produttivi, riequilibrare il cuneo fiscale, riposizionare i settori produttivi, adeguare le scuole alle esigenze economiche, sostenere con forza le autoimprenditorialità, e ridurre con forza e coraggio le rendite di molti paperoni in pensione. Un augurio che deve trasformarsi in una necessaria attività.

Dott. Antonio Ansalone

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