Home Politica Nichi Vendola,una proposta irricevibile

Nichi Vendola,una proposta irricevibile

Il leader di Sel, Nichi Vendola, ha formulato una proposta, che per il PD renziano è irricevibile: eleggere, alla quarta votazione delle elezioni quirinalizie, Romano Prodi nuovo Presidente della Repubblica, con la maggioranza semplice, richiesta – appunto – dopo il terzo scrutinio.
Evidentemente, la boutade di Vendola ha un valore di provocazione per Renzi e per quanti, nel PD, seguono pedissequamente le indicazioni del Segretario Nazionale: procedere all’elezione di Prodi, nel modo suggerito dal Presidente della Regione Puglia, prefigurerebbe significative conseguenze, che – fino a quando Renzi sarà a Palazzo Chigi – non appaiono articolabili.
Innanzitutto, un’elezione siffatta smonterebbe in primis il Patto del Nazareno, perché escluderebbe Forza Italia e Berlusconi dall’elezione del prossimo Capo di Stato: sappiamo bene quanta importanza abbia avuto, finora, quell’accordo, che condiziona la legislatura attuale, visto che il Premier ed il patròn di Mediaset hanno concordato – in virtù di un’insolita convergenza extraparlamentare – le linee generali della riforma della Costituzione e del dispositivo di voto, per cui un patto, così cogente per i contraenti, non può invero essere messo in discussione su una materia tanto importante, qual è quella dell’elezione della massima magistratura italiana.
Inoltre, la proposta vendoliana ha un valore aggiunto rilevante: se il PD e Sel eleggessero insieme il nuovo inquilino del Quirinale, di fatto rinascerebbe in Italia un’alleanza, che metterebbe insieme i due principali partiti del Centro-Sinistra, in linea con la versione dell’Ulivo conosciuta nel corso dell’ultimo ventennio.
Naturalmente, anche da questo punto di vista, la proposta di Vendola suona come una vera e propria provocazione, dal momento che, non più tardi di sette giorni fa, il Presidente del Consiglio ha, definitivamente, affossato tutti i sogni ulivistici di quanti, ancora, credono che il rapporto del PD con le forze, collocate alla sua Sinistra, possa essere proficuo tanto per il primo partito italiano, quanto per il Paese più in generale.
È ovvio, dunque, che si va sempre più a prefigurarsi uno schema ben diverso: Renzi, che ha l’onere della proposta, in quanto leader del maggiore gruppo presente nell’attuale Parlamento, indicherà all’assemblea dei grandi elettori del PD il nominativo di una personalità, su cui ricadono le simpatie sue e di Berlusconi, come di Alfano e Casini, perché risulta evidente che il nuovo Capo dello Stato dovrà essere rappresentativo di ambienti culturali di segno neo-centrista, per cui immaginare che un ex-democristiano o un ex-socialista – non ostile a Forza Italia ed agli interessi del suo proprietario – possa essere il futuro candidato renziano non è un’operazione, del tutto, peregrina.
I nomi, in tal senso, si sprecano: da Mattarella a Marini, da Amato allo stesso Casini, sono tutti papabili per essere investiti di un siffatto onere, che proietterebbe, finalmente, l’Italia in una nuova dimensione politica e storica, visto che, dal febbraio del 2013 in poi, sia la riconferma di Napolitano, sia la nascita dei Dicasteri di Letta e Renzi hanno avuto il segno della provvisorietà, dato che i numeri nelle due Aule parlamentari non hanno consentito né l’elezione di un Capo dello Stato con un pieno mandato settennale, né la nascita di un Governo, che avesse come prospettiva temporale l’intera legislatura, come sarebbe stato naturale subito dopo la celebrazione del voto popolare.
Infatti, noi crediamo che, qualora pure Renzi e Berlusconi dovessero eleggere un Presidente della Repubblica non ostile a nessuno dei due, la situazione istituzionale del nostro Paese – finanche per semplice inerzia – tenderebbe comunque a modificarsi sensibilmente, visto che, prima o poi, si dovrebbe arrivare ad un “redde rationem”, per cui o si procederebbe allo scioglimento anticipato delle Camere, entro una tempistica ragionevole, o si arriverebbe al varo di un’esperienza governativa diversa da quella odierna, soprattutto se il Dicastero Renzi dovesse essere sottoposto, nel mese di marzo, alle dure critiche di Bruxelles per la cattiva tenuta dei conti e per la crescita a dismisura del debito sovrano.
Pertanto, non possiamo non aspettare con la giusta ansia il prossimo mese di gennaio, quando, con l’elezione del successore di Napolitano, si potrà finalmente capire la possibile evoluzione di una legislatura, che, finora, ha prodotto pochissimo in termini di riforme, se non moltissimi annunci, a cui non è corrisposta, poi, la concreta realizzazione, sia per i limiti di programmazione degli attori politici, che per effetto delle complesse dinamiche istituzionali.
La provocazione di Vendola, invece, rimarrà sul tavolo delle proposte e segnerà, certo, l’inizio di un periodo fecondo, nel corso del quale non potranno che essere lanciati nomi improbabili di candidati al Quirinale, che vengono resi pubblici con troppa imprudenza da chi dovrebbe, invece, avviare trattative serie, non certo ricorrendo alla carta stampata e all’eco mediatica, che può solo danneggiare chi diventa destinatario di ipotesi – in teoria, pur ragionevoli – non corroborate, però, dai numeri e dall’adeguata volontà parlamentare.