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La sconfitta della Le Pen

Le elezioni amministrative, svoltesi ieri in Francia, hanno segnato la sconfitta della Destra nazionalista della Le Pen, in favore di quella moderata di Sarkozy. Il dato non è irrilevante: infatti, i pronostici attribuivano la vittoria al Fronte Nazionale, che, invece, ha conseguito molti meno voti del partito dell’ex-Presidente francese, mentre è stata confermata la débâcle del Partito Socialista di Hollande, che paga – chiaramente – l’impopolarità di Hollande. 

Il risultato delle elezioni di ieri è importante non solo per la Francia, ma per l’intera Europa, perché è la plastica dimostrazione che, quando l’elettorato vota per un progetto di governo, non si affida ai nazionalisti, ma preferisce i partiti moderati, che hanno una lunga esperienza di amministrazione e di gestione del potere.
Il voto di opinione – in favore della Le Pen – dello scorso mese di maggio, che fu copioso in occasione in particolare delle Europee, sembra quindi definitivamente alle nostre spalle, visto che una forza, che non supera il 25% dei consensi, è in evidente difficoltà e non può – certo – proporsi per il futuro di ripetere la vittoria dell’anno scorso, che quindi rimane un episodio isolato, fortunatamente non destinato ad avere delle repliche.

In Italia, invece, contrariamente alla Francia, ancora non si è votato, per cui non sappiamo come andrà a finire fra due mesi, quando ci sarà il rinnovo di molti importanti Consigli Regionali e Comunali. Ma, siamo fermamente convinti che l’estrema Destra di Salvini non solo non ripeterà il medesimo risultato del 2014 della Le Pen, ma soprattutto si dimostrerà – al vaglio elettorale – molto più fragile di quanto si possa immaginare, visto che gli Italiani – come molte altre popolazioni europee – preferiscono votare per partiti, che hanno una tradizione di governo e che non catturano voti, esclusivamente, nell’area del dissenso e del disagio sociale. 

Naturalmente, un elemento di diversità fra la situazione francese e quella italiana c’è: i nostri cugini d’oltralpe hanno un’opzione moderata, il partito di Sarkozy, che prende i voti – altrimenti – destinati alla Destra estremista e sciovinista, mentre in Italia non esiste un medesimo partito conservatore, che possa aspirare a sottrarre voti alla protesta, visto che Forza Italia è sull’orlo dello scioglimento, anche per effetto delle guerre fratricide, che si stanno consumando all’interno del Centro-Destra. 

L’unico argine a Salvini è il PD renziano, che, ben lungi dall’essere un partito progressista nell’accezione classica del termine, ormai si viene ridefinendo – giorno per giorno – come una forza di governo, che mette insieme i moderati di Sinistra, come quelli di Destra, in nome di un comune trait d’union, che non può non accomunare idee e valori differenti: il potere. Renzi non è più ai livelli di gradimento della scorsa primavera, quando il suo partito conseguì, circa, il 41% dei voti, ma è evidente che il suo permane come il principale partito italiano, ben al di sopra della soglia fatidica del 35% dei voti, che gli garantisce di essere il fattore decisivo per moltissime Amministrazioni, sia a livello comunale, che regionale.


Fino a quando resisterà una simile situazione?
Crediamo, invero, che l’evoluzione interna al PD determinerà un sisma, ma questo potrà consumarsi, solamente, dopo il voto del prossimo maggio, quando – in presenza di un’eventuale sconfitta – la Sinistra di Cuperlo e Civati potrà portare il conto a Renzi ed alla classe dirigente, che ha assunto la guida del Partito Democratico nel dicembre del 2013. Prima di conoscere l’esito della consultazione di maggio, non si può non dire che Renzi rimane, comunque, l’unico argine ad una deriva nazionalista, di cui si ignora quale possa essere, in Italia, l’eventuale proiezione elettorale. Quanto, infatti, potrà prendere la Lega? Il 10% dei voti? Il 15%? Il 20%

Sono, queste, percentuali tutte inquietanti, perché finanche quella più bassa – qualora conseguita – starebbe ad indicare un fermento nella pubblica opinione, che l’attuale Premier non riesce a catturare. Peraltro, crediamo che le recenti uscite – in materia di legalità – non portino consensi a Renzi, dato che una fetta cospicua di Italiani non ha compreso le dimissioni repentine di Lupi, a fronte della permanenza, nella compagine governativa, di ben cinque esponenti politici, la cui situazione – da un punto di vista giudiziario – è ben peggiore di quella dell’ex-responsabile del Ministero delle Infrastrutture. 

Pertanto, i prossimi due mesi saranno decisivi: o Renzi riprenderà una parte di consenso, che ha perso nel corso dell’ultimo anno, oppure avvertirà sempre più forte il fiato sul collo dell’estrema Destra, la cui eventuale vittoria non potrebbe che allontanare, viepiù, l’Italia dal cenacolo delle potenze continentali. Pensiamo che, invero, la partita sia tutta da giocare e che – anche, in questo caso – i media ed i poteri finanziari ed economici non potranno non sostenere l’arduo sforzo renziano contro il qualunquismo e la demagogia di Salvini. Sarà, forse, sufficiente?