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Intervista a Domenico Carrara scrittore e poeta irpino

Chi è Domenico CARRARA? Lo scrittore timido. Proponiamo una breve intervista.  C’incontriamo per la prima volta a Grottaminarda, nella suggestiva atmosfera medievale del Castello d’Aquino. Ha gli occhi grandi, sembra quasi ci si possa inciampare dentro. È profondo, quello sguardo: comunica tutt’un mondo nascosto che non vede l’ora di rovesciarsi fuori, appena possibile.
Gli chiedo di rilasciarmi un’intervista e ne rimane felice. La facciamo via mail, ma nonostante la lontananza mi sembra di avvertire la presenza, quasi fisica, della timidezza tra le sue righe. La sensazione, però, è che questo celare gridi a gran voce molto più forte delle parole dette, e mi piace.
D) Una raccolta di poesie (“A riprendere le stelle”), un romanzo (“Binario 8”) e poi, “C’è chi si lamenta della pioggia”. Partiamo proprio da qui: esattamente, in quale genere si colloca questo libro dal titolo così suggestivo?
Credo possa essere considerato un romanzo-inchiesta. Ho raccolto sessantaquattro testimonianze nell’arco di quasi tre anni partendo da una domanda: “qual è il tuo rapporto con il presente?”. Poi ho inserito gli stralci di conversazione che mi hanno più colpito in una narrazione in prima persona di quel periodo, che va dal referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento allo scandalo Datagate del 2013.
D) Al di là della poesia, che per sua naturale dimensione scava necessariamente nell’intimità più profonda dell’uomo, ho la sensazione che “C’è chi si lamenta della pioggia” sia il libro che disegni meglio i tratti del carattere di Domenico Carrara, scrittore ma soprattutto essere umano. Sbaglio? 
Hai perfettamente ragione, l’io narrante di quel libro rispecchia in maniera fedele i miei pensieri e quindi un percorso di crescita. Potrebbe sembrare un tipo di scrittura quasi diaristica. Ho provato a mettermi in gioco nel confronto con tanti modi di vedere differenti, credo sia quello che deve fare chi vuole in qualche modo raccontare la realtà complessa che ci circonda.
D) Com’è stato passare dai versi alla prosa? Cosa preferisci e dove ti senti più libero?
Con i versi mi sento più libero, penso si avverta anche nella prosa in alcuni momenti di “C’è chi si lamenta della pioggia”, un po’ lirici. La mia vocazione principale è quella, per quanto sia un genere difficile da proporre oggi.
D) Sei irpino, ma Napoli ha avuto grande importanza per te. Mi interessa chiederti, però: quanto la tua poetica è stata influenzata dalla meravigliosa verde terra in cui sei nato?
Molto. Uno dei primi testi che ho scritto, “A riprendere le stelle” – che ha poi dato il titolo alla raccolta di versi – mi è venuto in mente guardando il cielo da un terrazzo a casa di un amico. In quel momento avevo bisogno di riallacciare un legame più vero con la natura, penso che qui in Irpinia sia ancora possibile farlo. Soprattutto in estate, in campagna, possiamo ammirare un cielo terso e sentirci quasi infinitesimali eppure partecipi di qualcosa di più grande. Credo sia davvero importante.
D) Passiamo agli aspetti più “tecnici”: che valore attribuisci alle “possibilità creative” del blog, ad esempio? Questa libertà assoluta, nelle mani di un autore, quanto pensi possa essere importante in tempi come questi, dominati da social che hanno seriamente minato il primato della carta stampata?
I blog per me sono buoni trampolini di lancio, pur restando armi a doppio taglio: la rete annulla qualunque rapporto gerarchico e un po’ tutti si sentono in diritto di dare del tu al mondo intero. Un autore dovrebbe mantenere un approccio critico, fare più ricerca. La voglia di dire non dovrebbe superare quella di imparare. Ecco, penso che il rischio della possibilità d’espressione illimitata sia questo – spesso ci sono caduto e ci cado anch’io. Però c’è anche il vantaggio di trovare contatti, conoscere realtà interessanti. Penso serva una giusta misura nell’utilizzare questi mezzi.
D) Domanda di rito, ma sempre particolarmente interessante: quali autori e libri credi siano stati indispensabili per lo scrittore che sei diventato?
Per la curiosità verso le varie sfaccettature dell’indole umana devo molto a Pirandello. Dei contemporanei, per quanto riguarda lo stile, mi ha influenzato tanto il Giorgio Vasta de “Il tempo materiale”. Invece la voglia di raccontare ciò che era più vicino l’ho trovata in Franco Arminio, anche se sono lontano dalla paesologia, ed Erri De Luca. Poi ci sono libri che adoro e rileggo appena posso, come “Guida galattica per gli autostoppisti” e gli altri della stessa serie di Douglas Adams. Amo le distopie, “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell. Altre letture che mi hanno segnato sono sicuramente “Guerra e pace” di Tolstoj e “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.
D) Cosa dobbiamo aspettarci da Domenico Carrara? Hai progetti imminenti di cui ti piacerebbe parlarmi?
Per il breve periodo soltanto collaborazioni, poi ho un progetto che però richiederà tempo. Vorrei provare a lavorare su me stesso perché la scrittura cresca, trovare il giusto mezzo tra il libro che ho bisogno di scrivere e quello che mi piacerebbe leggere, quindi concentrarmi sul lavoro di lima oltre che sui contenuti. D’altronde penso che scrivere sia questo, una sfida continua e una continua crescita.
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