Il populismo avanza, ma fa perdere punti di Pil

Il populismo avanza, ma fa perdere punti di Pil
Foto di John Hain da Pixabay

Il populismo è un prassi messa in atto da molti politici per convincere le masse a voler perseguire i loro interessi contro soprusi e privazioni  che sono costrette a subire, spesso ad opera dell’élite economiche. Si fonda altresì sull’atteggiamento demagogico volto ad assecondare il popolo, senza disdegnare varie forme di propaganda, tra cui fake news e pratiche di post verità.

Esempi storici di populismo li troviamo nei partiti socialisti ed anti zaristi della Russia del XIX secolo, oppure nel contesto latino americano della seconda metà del ventesimo secolo ed inizio del 21°. Andando ancora a ritroso nella Russia di fine ottocento ed inizio novecento, caratterizzata da idee socialiste e comunitarie, il movimento populista proponeva un miglioramento delle condizioni popolari; così nell’America dello stesso periodo nacque il Partito del Popolo (1891), che si proponeva di tutelare le istanze  dei cittadini del Sud contro le politiche industriali e finanziarie che predominavano.

In Europa alla fine del 18esimo secolo forme di populismo si potevano individuare nel Bonapartismo e nella rivoluzione francese, specie nelle frange giacobine che si ispiravano a Rousseau. Nella politica italiana repubblicana recente, possiamo annoverare varie forme di populismo, come quella mediatica che si serve dei mass media  per propagandare le sue idee (la berlusconiana Forza Italia), oppure quella della Lega Nord che, utilizzando lo slogan preferito, “popolo del Nord contro Roma ladrona”, perorava la causa dei nordisti operosi oppressi dai burocrati del governo centrale.

Anche il Movimento Cinque Stelle, abbracciando la tesi bandiera de “l’uno vale uno” si prefissava come obiettivi primari la lotta alla corruzione e la riforma totale del sistema politico con la bellicosa idea “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Facciamo un salto oltreoceano e troviamo il re dei populisti , l’ex presidente Donald Trump, che prometteva ai suoi connazionali di tornare ai vecchi fasti al grido di America First.

Ma da una recente ricerca condotta da tre studiosi tedeschi (Fruke, Schilarch e Trebesch) e pubblicata su Vox, rivista di analisi politica, si scopre che il populismo è alquanto dannoso per l’economia. Analizzando il percorso di cinquanta governi populisti dal 1900 al 2018 si nota che solo nove sono sfociati in elezioni regolari e non hanno lasciato strascichi traumatici.

Sul fronte economico invece le conseguenze si traducono in una perdita di dieci punti di Pil in quindici anni, con la media di quasi un punto all’anno; ciò è dovuto ad una politica di protezionismo, ampliamento del debito e salita dell’inflazione. Storicamente i picchi di populismo si toccano quando un Paese è in difficoltà, soprattutto economica. È avvenuto in seguito alle due grandi depressioni scaturite dal crollo della Borsa di New York del 1929 e dalla disfatta finanziaria del 2008; anche l’attuale momento è delicato in  quanto la pandemia da Coronavirus, su cui non si può apporre ancora la parola fine, sta prostrando tutte le Nazioni del mondo. A questo punto cadere nella trappola del populismo è facile ma, come dimostrano i dati scaturiti dallo studio di Vox, le facili promesse darebbero solo un sollievo apparente e non duraturo, salvo tornare poco dopo più poveri di prima…