Home Sociale Nei manicomi, le facce dei matti da fotografare

Nei manicomi, le facce dei matti da fotografare

Chiunque si senta affascinato dalle testimonianze manicomiali, sa di poter trovare in esse delle esperienze interessanti da raccontare, un esempio potrebbe essere l’uso della fotografia fatta in psichiatria a partire dagli anni Sessanta.

Molti in questi anni sono  i fotografi che cominciano a documentare la “follia” con occhi diversi, “leggerla” è l’intento, entrando  nei manicomi per allontanare lo stereotipo del folle, raccontando, narrando le violenze e le sofferenze personali subite. Questo l’uso della fotografia in psichiatria che lascia spazio ad un cambiamento radicale: la pazzia, una fonte produttiva, soltanto “abitandola” attraverso “osservatori”, fotografi o infermieri è possibile comprenderne il significato, non sì sceglie più di catalogarla , semplicemente mostrando segni clinici e medici, si cerca invece di dare prova, testimonianza dell’orrore,dunque attribuire  un’interpretazione sociale che favorisca la chiusura istituzionale degli stessi- “Morire di classe” ne diventa il manifesto istituzionale-  Basaglia e gli altri medici adopereranno la fotografia come uno strumento per testimoniare l’orrore e per sottolineare la necessità di chiuderli, la fotografia entra in quei luoghi da sempre chiusi e attraverso un lavoro prettamente sociale diviene strumento di indignazione. Eravamo nel 78′ e in Italia i manicomi venivano chiusi dalla Legge Basaglia, appunto. A distanza di molti anni però in tanti paesi del mondo gli ospedali psichiatrici resistono e in alcuni di essi le condizioni di vita dei pazienti sono assolutamente devastanti (Serbia, kosovo, Afghanistan).

George Georgiou, fotografo inglese, riproduce attraverso delle fotografie cariche di violenza, l’effetto mediatico dello scalpore Ospedale Psichiatrico Serbia, 1999

 

“Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione”.
Franco Basaglia

 


centro psichiatrico di Jalalabad.manicomio di Herat 

 

A distanza di anni il dolore che travolge chi osserva la follia è un dolore senza freni e che pietrifica,  la fotografia continua ad urlare, ferire, sdegnare, la fotografia un’arma potente ed insidiosa allo stesso tempo.